Sorridere ci fa sentire più felici, così come tenere il broncio ci fa sentire più tristi e arrabbiati, gli scienziati hanno analizzato oltre 100 studi per scoprire che, in effetti, Jim Morrison in un certo senso aveva ragione quando diceva che la vita è come uno specchio, ci sorride se la guardiamo sorridendo. Vediamo insieme come i ricercatori sono giunti a questa conclusione.

Un tema controverso. Negli ultimi 100 anni, gli psicologi si sono spesso chiesti se sia vero che le nostre espressioni facciali possano realmente influenzare il nostro stato d’animo e, considerati alcuni studi, la risposta è spesso risultata negativa, eppure la saggezza popolare continua a credere che se sorridiamo, la vita ci appare migliore e il nostro stato d’animo migliora. Secondo gli scienziati della University of Tennessee, lo studio che nel 2016 confermava la non influenza delle espressioni facciali sul nostro stato d’animo è errato poiché basato un esperimento fallimentare.

La statistica del sorriso. Per comprendere meglio l’effetto delle espressioni facciali sulle emozioni che proviamo, gli scienziati hanno deciso di non soffermarsi su uno o più studi, ma di analizzare i dati racconti da 138 ricerche sull’argomento che hanno coinvolto oltre 11.000 persone in giro per il mondo. La conclusione a cui sono giunti è che le espressioni facciali hanno un impatto ridotto, ma effettivo, sui sentimenti:  quindi sorridere ci fa sentire più felici, il broncio ci fa sentire più arrabbiati e tristi. “Non pensiamo che basti che le persone sorridano per essere felici. Ma questi risultati sono eccitanti perché forniscono un indizio su come la mente e il corpo interagiscono per modellare la nostra esperienza cosciente delle emozioni.Abbiamo ancora molto da imparare su questi effetti di feedback facciale, ma questa meta-analisi ci permette di comprendere meglio come funzionino le emozioni”, concludono gli esperti.

Lo studio, intitolato “A meta-analysis of the facial feedback literature: Effects of facial feedback on emotional experience are small and variable”, è stato pubblicato su Psychological Bulletin.