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La privacy potrebbe essere un concetto importante anche fuori dal nostro pianeta. Siamo davvero sicuri che eventuali civiltà extraterrestri siano disposte a rivelare tutto su di loro inviando nello spazio segnali radio o le coordinate con le quali trovare il loro pianeta natale incastonate all’interno delle loro sonde, come forse ingenuamente facciamo noi? Forse converrebbe essere più riservati nell’inviare notizie su noi stessi come fossimo su un grande Facebook cosmico, perché qualche civiltà intelligente ma ostile sparsa tra le stelle potrebbe essere interessata a sfruttare queste informazioni per conquistarci. È l’ipotesi un po’ fantascientifica di Harold de Vladar, matematico all’Institute of Science and Technology in Austria, pubblicata sull’International Journal of Astrobiology della Cambridge University Press. “Rompere il grande silenzio” è il sottotiolo del paper, che cerca di spiegare perché dopo tanti decenni passati ad ascoltare non abbiamo ancora intercettato nessuna trasmissione aliena proveniente dallo spazio.

Il dilemma del prigioniero

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Paul Davies, astrobiologo e divulgatore di fama, lo chiama lo “strano silenzio”, ed è senza dubbio uno dei più importanti enigmi della scienza. Perché finora tutto lascia intendere che nell’universo potrebbero esserci innumerevoli civiltà intelligenti come la nostra, capaci di inviare segnali sotto forma di onde radio, ricevibili dai nostri radiotelescopi. Ma allora, come si chiedeva Enrico Fermi, “dove sono tutti quanti?”. Di proposte ne sono state avanzate a bizzeffe, inclusa ovviamente quella più spontanea, ovvero che nell’universo siamo davvero soli. Ma de Vladar non la pensa allo stesso modo. La ricerca di intelligenze extraterrestri (o SETI – Search of Extraterrestrial Intelligence) può essere attiva o passiva. Noi facciamo principalmente SETI passivo: ascoltiamo e speriamo di intercettare segnali alieni. In confronto, facciamo poco SETI attivo, ossia mandiamo pochi “messaggi nella bottiglia” destinati a civiltà aliene. Se tutte le altre civiltà facessero lo stesso, il risultato sarebbe un universo silenzioso.

Ma, ragiona de Vladar, questa potrebbe essere una strategia derivante dall’applicazione della teoria dei giochi. Il cosiddetto “dilemma del prigioniero”, che è il più importante teorema della teoria dei giochi, prevede che due prigionieri, A e B, entrambi accusati di un crimine e prossimi a essere sottoposti a interrogatorio, abbiano di fronte solo due strategie: confessare, ottenendo il rilascio, o non confessare, andando incontro alla pena. Se però entrambi confessano, vengono entrambi condannati, anche se con un piccolo sconto di pena. Se A confessa e B no, il primo è rilasciato e il secondo si prende sette anni di carcere; stessa cosa se B confessa e A no. Entrambi potrebbero non confessare, in tal caso il giudice li condannerebbe entrambi a un solo anno. Sembra la soluzione migliore, ma il dilemma sta nel fatto che i due sono chiusi in celle diverse e non sanno cosa farà l’altro.

Gli alieni non vogliono farsi trovare?

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La soluzione è confessare sempre. Nel migliore dei casi si ottiene l’assoluzione, nel peggiore uno sconto di pena. Applicando il dilemma al SETI, de Vladar suggerisce che, ignorando quale sia la mentalità delle altre civiltà intelligenti nell’universo, ed essendo comunque basso il vantaggio di scoprire altre civiltà (troppo lontane per instaurare una comunicazione proficua), la cosa migliore sia limitare al massimo il SETI attivo. Segnalare la nostra posizione a intelligenze extraterrestri comporterebbe pochi benefici in confronto all’enorme rischio di rivelare la “X” sulla mappa della galassia grazie alla quale una razza minacciosa e intenzionata a sottometterci riuscirebbe a trovarci. Secondo de Vladar, non dovremmo smettere di trasmettere, ma farlo il meno possibile.

L’idea è interessante, ammette Seth Shostak del SETI Institute, ma le variabili ancora ignote sono troppe. Potrebbe cioè essere possibile che le altre civiltà aliene non abbiano bisogno di usare la radiotrasmissione. Secondo Shostak, usando l’effetto di lente gravitazionale previsto da Einstein, tramite il quale siamo in grado di scorgere oggetti molto lontani o molto difficili da vedere, come i pianeti extrasolari, si potrebbero individuare indizi di civiltà tecnologiche altrove nell’universo. Se il nostro sole venisse usato come lente gravitazionale, sarebbe possibile rilevare le luci di una grande metropoli aliena fino a 500 anni luce di distanza. Ma in effetti gli alieni potrebbero aver previsto anche questa possibilità. Forse i pianeti abitati della galassia seguono un atteggiamento simile a quello delle città inglesi durante la Seconda guerra mondiale: tengono le luci spente per non farsi vedere dal nemico. E allora l’universo, oltre a essere silenzioso, sarebbe anche più buio di quanto immaginiamo.