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Rischio maggiore di ventilazione, terapia intensiva e morte per le donne incinte con COVID

Analizzando statisticamente i dati di oltre 1,3 milioni di donne in età riproduttiva, gli scienziati americani dei CDC hanno dimostrato che quelle in gravidanza rispetto alle non incinte hanno un rischio sensibilmente superiore di sviluppare complicazioni severe per l’infezione da coronavirus, e dunque di avere bisogno di assistenza più invasiva. Il rischio assoluto, tuttavia, resta contenuto.
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A cura di Andrea Centini
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La COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, non colpisce tutti con la stessa forza, e sono note alcune fasce della popolazione che hanno maggiori probabilità di sviluppare complicazioni e morire a causa della malattia. Fra i soggetti a rischio vi sono gli anziani, chi soffre di obesità, gli immunodepressi e chi presenta condizioni mediche preesistenti (comorbilità), in particolar modo diabete e problematiche a livello cardiovascolare. Negli ultimi mesi sono usciti diversi studi che indicano come anche le donne incinte abbiano un rischio maggiore di sviluppare la forma severa dell'infezione. In termini assoluti il rischio è contenuto, ma se confrontato con quello di donne non incinte in età riproduttiva esso è significativamente maggiore.

A dimostrarlo è una nuova e approfondita indagine condotta da scienziati del CDC COVID-19 Response Team, una squadra di ricerca dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC – Centers for Disease Control and Prevention), uno dei principali organismi statunitensi che si occupa di salute pubblica. Gli scienziati, coordinati dai professori Laura D. Zambrano e Sascha Ellington, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato statisticamente i dati di oltre 1,3 milioni di donne americane con un'età compresa tra i 15 e i 44 anni, segnalate nella rete di sorveglianza dei CDC per l'emergenza COVID-19 o nel database National Notifiable Diseases Surveillance System (NNDSS). I dati sono stati raccolti tra il 22 gennaio e il 3 ottobre di quest'anno, e per tutte le donne erano noti gli esiti dei tamponi rino-faringei. 461.825 donne (il 35,5 percento del totale) sono risultate positive al coronavirus, e fra esse in 409.462 (88,7 percento) hanno sviluppato sintomi dell'infezione. Di queste ultime il 5,7 percento (poco più di 23mila donne) era in stato di gravidanza.

Incrociando tutti i dati, dopo aver tenuto in considerazione fattori in grado di influenzare i risultati come età, razza e condizioni mediche sottostanti, Zambrano e colleghi hanno determinato che le donne incinte rispetto alle non gravide avevano un rischio sensibilmente superiore di sviluppare una sintomatologia severa. Nello specifico, rischiavano di più di essere ricoverate in un'unità di terapia intensiva (10,5 contro 3,9 per ogni 1.000 casi, quasi il triplo); necessitare di ventilazione meccanica invasiva (2,9 contro 1,1 per 1.000 casi); di essere sottoposte all'ECMO o ossigenazione extracorporea a membrana (0,7 contro 0,3 per 1.000 casi) e di morire per l'infezione (1,5 contro 1,2 per 1.000 casi). “Sebbene i rischi assoluti di esiti gravi per le donne fossero bassi, le donne incinte presentavano un rischio maggiore di malattia grave associata a COVID-19”, scrivono i CDC nel proprio studio.

In precedenza la ricerca “Characteristics and Maternal and Birth Outcomes of Hospitalized Pregnant Women with Laboratory-Confirmed COVID-19” aveva determinato che le donne incinte contagiate dal patogeno emerso in Cina hanno un rischio maggiore di sperimentare un parto prematuro, mentre un altro studio coordinato da scienziati della Scuola di Medicina Feinberg dell'Università Northwestern ha osservato che rischiano danni alla placenta. I dettagli dello studio dei CDC “Characteristics of Symptomatic Women of Reproductive Age with Laboratory-Confirmed SARS-CoV-2 Infection by Pregnancy Status — United States, January 22–October 3, 2020” sono consultabili cliccando sul seguente link.

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