L’istruzione, l’università e la ricerca scientifica hanno già dato. Stanno già dando da anni, da prima che l’attuale crisi economica cominciasse a far sentire tutto il suo peso; e chissà se i tagli indiscriminati a queste voci fondamentali del bilancio statale non abbiano un loro ruolo nell’aver acuito recessione e disoccupazione in Italia. Il dato da cui il nuovo ministro che siederà al MIUR, Maria Chiara Carrozza, dovrà partire, è meramente numerico. Dal 2008 a oggi il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), la quota cioè che annualmente il governo destina all’intero sistema universitario italiano, è sceso di un miliardo e mezzo di euro: da 7 a circa 5,5 miliardi di euro quest’anno. Con questi soldi bisogna pagare quasi tutto: dagli stipendi di docenti e amministrativi ai finanziamenti per la ricerca pubblica svolta negli atenei nazionali. In Germania la spesa annua è di 8 miliardi di euro, a fronte di oltre mezzo milione di studenti universitari, rispetto agli appena 150mila studenti italiani. In Francia la spesa complessiva è di 24 milioni di euro.

Riformare dalle elementari all'università

Il neoministro Maria Chiara Carrozza.
in foto: Il neoministro Maria Chiara Carrozza.

Dunque, stop ai tagli e inizio di una necessaria inversione di tendenza. I dati allarmanti degli ultimi mesi mostrano una fuga dei giovani dalle università. Le immatricolazioni hanno toccato lo scorso anno il minimo storico dagli anni ’80. Una catastrofe se si considera che l’Italia resta penultima tra i paesi in Europa per numero di laureati nella fascia 30-35 anni, poco più del 20% a fronte di una media europea del 35% circa, e in costante aumento. E se si tiene conto che più di 200mila giovani laureati under-30 sono senza un’occupazione, lo scenario si fa davvero tragico. L’Italia ha quindi bisogno di partire da zero, salvando quel che c’è di buono. La nostra istruzione primaria è tra le eccellenze europee, mentre man mano che si procede nel percorso scolastico i ragazzi perdono rapidamente competitività. Il sistema delle scuole superiori è in affanno: è da lì che bisogna partire per irrobustire le competenze dei giovani diplomati, renderli competitivi in Europa sia sul piano del lavoro che su quello degli studi universitari. La riforma degli indirizzi superiori voluta dalla Gelmini resta al palo. Per fare davvero la differenza, bisogna promuovere l’ingresso di una nuova generazione di insegnanti non solo competenti, ma in grado anche – e soprattutto – di insegnare bene, di far appassionare gli studenti allo studio.

La scarsità di laboratori nelle scuole italiane riduce le possibilità, per gli studenti, di avvicinarsi al lavoro pratico della scienza.
in foto: La scarsità di laboratori nelle scuole italiane riduce le possibilità, per gli studenti, di avvicinarsi al lavoro pratico della scienza.

Strutture fatiscenti, mancanza di attrezzature, ridottissimo accesso alle nuove tecnologie impediscono di formare giovani in grado di stare al passo con i tempi. Nella maggior parte delle scuole italiane mancano laboratori attrezzati, necessari per far avvicinare gli studenti alle realtà pratiche di materie tecniche e scientifiche. I computer sono vecchi e relegati in aule con un accesso di rete lento e inadeguato. Mentre si parla di lavagne elettroniche e tablet obbligatori, si dimentica che la classe insegnanti italiana è spesso troppo vecchia e incapace di adattarsi alle nuove tecnologie. Il risultato è quello di avere ragazzi che a casa usano notebook, smartphone, tablet e dispositivi elettronici di elevata complessità, e in aula scrivono con il gessetto sulla lavagna di ardesia. Il digital divide scolastico ha come suo effetto quello di non insegnare ai giovani le enormi potenzialità didattiche delle nuove tecnologie, impiegate a scuola solo per copiare dai cellulari e riciclare le ricerche con Wikipedia.

Laureati a spasso e ricercatori in fuga

Il passaggio dalla scuola all’università è ancora più drammatico. Basta scorrere un po’ le offerte didattiche degli atenei stranieri per scoprire che l’Italia è rimasta al palo. Interi corsi di laurea e discipline di moda in Europa e oltreoceano non sono mai esistite nel nostro paese. L’interdisciplinarietà è totalmente sconosciuta. Si studia per compartimenti stagni e si ignora tutto ciò che viene prodotto da materie che, nella realtà, interagiscono costantemente le une con le altre. Il fisico ignora le scoperte della biologia, l’informatico non conosce le ultime ricerche nel settore della logica e della matematica, l’ingegnere si specializza solo nel suo settore, senza curarsi della profonda interrelazione tra ingegneria elettronica e ingegneria delle telecomunicazioni, tra architettura e ingegneria civile. Siamo ancora un’eccellenza in tante materie umanistiche, ma con il paradosso che i laureati in filologia classica devono proseguire i loro studi in Germania e quelli che studiano beni culturali restano a spasso nel paese che ha il più alto numero di siti UNESCO.

Da riformare completamente è il sistema dei dottorati di ricerca. Il numero di borse di ricerca è sempre più scarso, con l’effetto di costringere tantissimi laureati a pagarsi di tasca propria il triennio dottorale: l’ironia è infatti che, senza borsa di studio, non si ha nemmeno diritto all’esenzione delle tasse universitarie, cosicché un dottorando deve, in pratica, pagare per lavorare. Se i migliori cervelli vanno all’estero, è perché si trovano a lottare con un sistema di ingresso nel mondo della ricerca pubblica scarsamente meritocratico, se non addirittura feudale. Innumerevoli tentativi di riforma non hanno cambiato un sistema in cui, dai dottorati di ricerca fino al gradino più alto, il professore ordinario, tutti gli step della carriera accademica sono legati a conoscenze, spartizioni e giochi di potere. Metodi per rendere più “matematica” la valutazione della qualità di chi fa ricerca hanno prodotto mostri come l’ANVUR, che riducono il lavoro di un ricercatore al numero di articoli pubblicati, costringendolo a una produzione ‘industriale’ spesso necessariamente di scarsa qualità.

La percentuale di laureati tra i 30 e i 35 anni in Europa.
in foto: La percentuale di laureati tra i 30 e i 35 anni in Europa.

Spoliticizzare la ricerca scientifica

La punta di diamante di tutto questo sistema è e deve restare la ricerca scientifica. Una punta di diamante purtroppo appannata e scalfita da mille e uno tagli. Maria Chiara Carrozza, da oggi alla guida del MIUR, proviene proprio da quell’ambito. Dopo aver studiato fisica ed essersi specializzata in fisica delle particelle – uno dei settori nel quale l’Italia è ancora eccellenza – Carrozza ha scelto un dottorato in ingegneria, divenendo poi ricercatrice nel settore di frontiera della bioingegneria e della robotica. La Scuola Sant’Anna di Pisa, dove Carrozza ha lavorato fino a diventarne rettrice, è oggi un centro di punta in Italia, dove si portano avanti ricerche fondamentali, come quelle sulle protesi robotiche. Il percorso del ministro Carrozza dimostra diverse cose per cui sperare: l’interesse per ambiti di studio diversi, e quindi una naturale propensione all’interdisciplinarietà; la possibilità, per uno scienziato italiano, tanto più donna, di fare carriera e realizzare scoperte e innovazioni restano nel nostro paese; la capacità dell’Italia di dare un contributo decisivo in alcuni settori di frontiera come quelli della robotica e della bioingegneria.

La sede centrale del CNR.
in foto: La sede centrale del CNR.

Tornare a investire nella ricerca scientifica vuol dire anche riformare gli enti pubblici di ricerca in Italia. Oltre alle università, gli enti strategici sono il CNR (il Consiglio nazionale delle ricerche), l’INFN (l’Istituto italiano di fisica nucleare), l’INAF (l’Istituto italiano di astrofisica), l’ENEA (l’ex ente per l’energia atomica, che oggi si occupa anche di energie rinnovabili), l’ASI (l’Agenzia spaziale italiana) e altri enti minori. Istituzioni spesso troppo permeabili agli stessi difetti della ricerca svolta nelle università: scarsa meritocrazia, raccomandazioni, familismo e lottizzazione politica. La spesa per il personale amministrativo e dirigenziale resta troppo alta, complici assunzioni facili compiute in anni di maggiori leggerezze economiche. La riforma proposta dall’ex ministro Profumo, tendente a un accorpamento di tutti questi enti in un super-CNR, segue il modello francese e avrebbe il merito di tagliare la moltiplicazione di poltrone costosissime. Ma se non si interviene per riportare in Italia i ricercatori espatriati perché incapaci di fare ricerca nel nostro paese, a causa di veti che nulla hanno a che fare con la scienza e con il loro lavoro, e se non si eliminano le incrostazioni politiche da enti di importanza strategica (si pensi all’ASI, ormai diventato un unico grande carrozzone di nomina partitica), nessuna riforma sbloccherà la situazione. Maria Chiara Carrozza dovrà affrontare tutti questi problemi, forse senza la necessaria forza politica pe riuscirci. Alla guida di un dicastero che molto appropriatamente è stato definito “ministero della conoscenza”, dovrà trasformare il MIUR in un secondo ministero dell’economia, che faccia decollare finalmente l’economia della conoscenza.