Coronavirus
9 Luglio 2021
12:48

Queste 13 regioni del DNA umano aumentano il rischio di Covid

La loro scoperta è frutto della “Covid-19 Host Genomics Initiative”, una rete internazionale di oltre 3mila ricercatori in 25 Paesi: a queste regioni è associato un più alto rischio di contrarre l’infezione e della probabilità di sviluppare forme gravi della malattia: “Alcune erano già note per essere coinvolte in malattie infiammatorie, polmonari o autommuni”.
A cura di Valeria Aiello
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Non solo il genoma del virus ma anche il corredo genetico delle singole persone contribuisce alla vulnerabilità e alla gravità dell’infezione virale. Questa variabilità nella risposta individuale a Sars-Cov-2 è in parte scritta in 13 regioni del nostro DNA, associate a un aumento della suscettibilità e a un più alto rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19. Lo dimostra un maxi studio condotto su scala mondiale, finora il più ampio sui fattori genetici coinvolti nell’infezione, basato su quasi 50mila positivi al coronavirus e 2 milioni di persone sane di controllo.

L’analisi, che potrebbe aprire la strada alla comprensione di meccanismi biologici di rilevanza terapeutica, è frutto della “Covid-19 Host Genomics Initiative”, una rete internazionale di oltre 3mila ricercatori di 25 Paesi creata nel marzo 2020 dall’italiano Andrea Ganna, ricercatore dell’Istituto Finlandese di Medicina Molecolare (FIMM) dell’Università di Helsinki, insieme al collega Mark Joseph Daly, direttore del FIMM e membro del Broad Institute del MIT e Harvard a Cambridge, nel Massachusetts. All’iniziativa ha fornito un importante contributo anche l’Italia, attraverso di dati di oltre 8mila pazienti e la collaborazione di numerosi enti, tra cui il Politecnico di Milano, l’Ircss Humanitas e l’Università di Siena.

Delle 13 regioni del DNA identificate dai ricercatori, la maggior parte corrisponde a loci precedentemente associati a malattie infiammatorie, polmonari o autoimmuni. In particolare, due regioni hanno mostrato una frequenza più elevata nei pazienti dell’Asia orientale o dell’Asia meridionale, rispetto a quelli di origine europea, sottolineando l’importanza della diversità nei set di dati genetici analizzati. “Abbiamo avuto molto più successo degli sforzi passati nel campionare la diversità genetica perché abbiamo fatto uno sforzo concertato per raggiungere le popolazioni di tutto il mondo – ha affermato Daly – . Penso che abbiamo ancora molta strada da fare, ma stiamo facendo ottimi progressi”.

I risultati dello studio, pubblicati su Nature, evidenziano inoltre che uno dei due loci più frequenti nella popolazione asiatica, è collegato a una forma di cancro al polmone. Questa regione, prossima al gene FOXP4, è associata anche a forme gravi di Covid-19, suggerendo che l’inibizione del gene possa essere una potenziale strategia terapeutica. Altri loci associati a complicanze gravi includono il gene DPP9, coinvolto anche nello sviluppo del cancro del polmone e nella fibrosi polmonare, e TYK2, che è implicato in alcune malattie autoimmuni.

Quattro regioni del DNA aumentano il rischio di contrarre l’infezione e nove invece aumentano la probabilità di sviluppare forme gravi della malattia – precisa Ganna – . Alcune regioni hanno a che fare con la risposta immunitaria, ed erano già note per il loro coinvolgimento in malattie autoimmuni e infiammatorie, mentre altre riguardano la biologia del polmone e hanno a che fare con malattie come la fibrosi e il tumore”.

Le nostre ricerche stanno ancora andando avanti per includere un numero sempre maggiore di pazienti ed etnie: dai 50mila pazienti positivi dello studio di Nature siamo già saliti a 125mula, e le regioni del Dna sotto osservazione sono salite da 13 a 23, anche se questi ultimi dati non sono ancora stati sottoposti a peer review per la pubblicazione – ha aggiunto il ricercatore -. Il nostro obiettivo è produrre risultati che possano aiutare a individuare target da colpire con lo sviluppo di nuovi farmaci o il riposizionamento di quelli già esistenti. Creare questo livello di collaborazione internazionale – conclude – ci permetterà in futuro di farci trovare più pronti e preparati nell’affrontare nuove malattie”.

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