Alla fine degli anni Quaranta, quando il mondo apprese che l’Unione sovietica, con largo anticipo sui tempi previsti, aveva sperimentato con successo la prima bomba atomica, negli Stati Uniti d’America un fisico nucleare, ironicamente di origini russe, Gregory Breit, si sedette a un tavolo e cominciò a fare dei calcoli. A Los Alamos, dove erano nate le bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagaski, si progettava a ritmo serrato la nuova super-arma che avrebbe riconsegnato agli USA la supremazia nucleare: la bomba H, o bomba all’idrogeno, enormemente più potente della “normale” bomba atomica. Alcuni fisici erano però spaventati: e se la bomba H, si chiedevano, esplodendo avesse incendiato l’atmosfera? Cosa sarebbe successo? Così, al professore Breit fu assegnato il terribile compito di calcolare se l’esplosione di una bomba H potesse distruggere il mondo.

L'ordigno "fine del mondo"

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Non sappiamo dire se per fortuna o per sfortuna, ma la risposta fu negativa. Breit dovette portare avanti quel compito nella segretezza più assoluta, senza confrontarsi con nessun altro collega, basandosi solo sulle sue pur notevoli capacità nel settore della fisica nucleare. Sulle sue spalle gravava un peso enorme: e se si fosse sbagliato, dando il via libera alla bomba? Sarebbe stato il responsabile della fine del mondo? E se invece avesse decretato che la bomba proprio non si poteva usare, e invece i sovietici fossero riusciti a dimostrare che poteva essere utilizzata? Avrebbe condannato gli USA e il mondo a cadere sotto il giogo della dittatura comunista, come all’epoca ragionavano gli americani. Dopo alcune settimane, Breit decise che no, la reazione termonucleare non poteva propagarsi agli elementi leggeri dell’atmosfera, perché quel fenomeno contraddiceva le leggi della natura. Aveva visto giusto, ma questo permise agli scienziati atomici di procedere alla costruzione della super-bomba, familiarmente chiamata “Super”.

Anche se molti di loro avevano lavorato con convinzione al progetto Manhattan, perché più di tutto temevano una bomba atomica nelle mani di Hitler, e anche se altri di loro avrebbero lavorato con uguale convinzione al progetto “Super”, perché convinti del pericolo rosso, la comunità degli scienziati nucleari americani iniziò ben presto a seguire le orme di Breit, condividendo le preoccupazioni sulla responsabilità che si stavano assumendo nel portare il mondo sull’orlo dell’autodistruzione. Al termine di una riunione decisiva sul progetto Super, Isidor Rabi ed Enrico Fermi dichiararono: “Il fatto che la potenza di distruzione di quest’arma sia senza limiti, fa sì che la semplice esistenza e il saperla costruire rappresenti già un pericolo per tutta l’umanità”. E conclusero: “Per questa ragione noi riteniamo importante dire al Presidente degli Stati Uniti, all’opinione pubblica americana e al mondo, che per principi etici fondamentali consideriamo un errore dare noi il via alla costruzione di una tale arma”.

"I vivi invidieranno i morti"

Ma i politici e i generali non ne vollero sapere. D’accordo, si dissero, gli scienziati non vogliono prendersi la responsabilità di dare il via libera alla bomba. Poco male: ci avrebbero pensato loro. Fu anzi il presidente Truman in persona a farlo. Nel pomeriggio del 31 gennaio 1950 dichiarò: “Ho dato istruzioni alla Commissione per l’Energia Atomica di continuare il suo lavoro attorno a tutti i tipi di armi atomiche, compresa la cosiddetta bomba all’idrogeno o superbomba”. Il presidente aveva dato un ordine, e chi lo avesse disatteso sarebbe stato passibile di accusa di alto tradimento.

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Negli anni successivi, quando anche l’URSS riuscì a dotarsi della superbomba e l’idea di una Terza guerra mondiale combattuta a suo di armi nucleari iniziò a sembrare inevitabile, gli scienziati atomici non si persero d’animo. Continuarono a tentare di influenzare i politici per fermare quella spirale distruttiva. Gli scenari presentati facevano presagire null’altro che l’apocalisse. Una guerra termonucleare, sostenevano, avrebbe portato alla rapida scomparsa dello strato di ozono, rendendo la superficie terrestre vulnerabile ai raggi UV. Numerose specie vegetali sarebbero state spazzate via, tra cui molte da cui dipendeva il sostentamento alimentare della civiltà umana. Gli stessi esseri umani, sottoposti all’inondazione delle radiazioni, sarebbero morti a centinaia di milioni, e i sopravvissuti – scriveva tragicamente Hermann Kahn nel 1959 – avrebbero invidiato i morti.

La polvere sollevata nell’atmosfera da un conflitto di potenza intorno ai 10mila megatoni – una percentuale tutto sommato modesta della potenza di fuoco degli arsenali di USA e URSS – avrebbe oscurato la luce del Sole per anni, portando le temperature medie sulla Terra a scendere di 40 gradi, gettando il mondo in una nuova era glaciale, breve certo ma devastante. La verità, come ha scritto Timothy McDonnell in un saggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Limes, è che “nell’eventualità di una guerra atomica, la gente morirebbe subito, indipendentemente dai luoghi in cui cadrebbero le bombe. E i sopravvissuti morirebbero a loro volta, a qualche settimana o mese di distanza, durante l’inverno nucleare”. Oggi sappiamo che quello scenario apocalittico non si è verificato, e che la Guerra fredda è finita senza diventare, tutt’a un tratto, bollente. Ma ci sono ancora, nel mondo, abbastanza bombe nucleari sufficienti a trasformare quelle ipotesi in realtà. L’orologio dell’apocalisse, ci ricordano gli scienziati atomici oggi, è a cinque minuti dalla mezzanotte. Non è il caso di abbassare la guardia.