Autopsia, aspirazione delle vie aeree e rianimazione cardiopolmonare sono nell’elenco delle procedure mediche che comportano un più alto rischio di trasmissione del coronavirus da parte dei pazienti agli operatori sanitari: lo indica un nuovo studio condotto da un team internazionale di esperti, tra cui specialisti in Malattie Infettive, Medicina Preventiva e Salute sul Lavoro, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista BMJ Open Respiratory Research.

Il team, costituito da diciannove ricercatori canadesi, britannici e americani, ha effettuato una revisione sistematica delle linee guida di salute pubblica, documenti di ricerca e circolari sanitarie per determinare quali procedure potessero essere classificate come generatrici di aerosol. “Quello che abbiamo cercato di fare – dice il professor Sebastian Straube dell’Università canadese di Alberta che ha coordinato l’indagine – era capire quali procedure determinassero la generazione di aerosol, richiedendo un livello di protezione individuale più elevato”.

Le procedure a più alto rischio Covid-19

I ricercatori hanno analizzato complessivamente 128 documenti, classificando le procedure in 39 gruppi.

Quelle indicate come generatrici di aerosol o potenzialmente generatrici di aerosol da più del 90% dei documenti – spiegano gli autori nello studio – includevano autopsia, procedure chirurgiche post-mortem, aspirazione delle vie aeree, rianimazione cardiopolmonare, procedure di intubazione ed estubazione, broncoscopia, induzione dell’espettorato, ventilazione manuale, tracheostomia e procedure di tracheotomia, ventilazione non invasiva, ossigenoterapia ad alto flusso, nebulizzazione o aerosolterapia e ventilazione oscillatoria ad alta frequenza”.

D’altra parte, gli studiosi hanno rilevano anche un disaccordo tra le fonti in riferimento ad alcune procedure, comprese le pratiche odontoiatriche, l’endoscopia del tratto gastrointestinale superiore, la chirurgia, le procedure toraciche e il tampone orofaringeo e nasofaringeo.

Un aerosol è una sospensione di particelle fini solide o liquide nell’aria. Le particelle più grandi si depositano a una distanza ragionevolmente breve e vengono chiamate goccioline respiratorie nel contesto del controllo delle infezioni. Le particelle più piccole possono invece viaggiare sotto forma di aerosol attraverso le correnti d’aria, rimanendo sospese più a lungo e distribuendosi negli ambienti”.

Gli operatori sanitari che eseguono procedure che generano aerosol dovrebbero quindi indossare “respiratori con filtrante facciale, più conosciuti come mascherine N95, insieme ad altri dispositivi di protezione individuale (DPI) come guanti, camici e protezione per gli occhi –  ha aggiunto Straube – .  Con questo lavoro forniamo una sintesi delle prove disponibili per informare i decisori politici e lo sviluppo di nuove linee guida. L’obiettivo è evitare che gli operatori sanitari siano infettati, sia per proteggere loro come individui da una malattia grave, sia per mantenere i livelli di personale nei sistemi sanitari durante la pandemia”.