Qual è la distanza interpersonale per evitare il contagio? E come calcolare la giusta misura di sicurezza? Con la diffusione delle nuove varianti di Sars-Cov-2, la questione è tornata ad essere di grande attualità, legata alla maggiore carica virale che le persone potrebbero trasmettere quando contagiate dalle versioni mutate del coronavirus. Dal punto di vista scientifico, una nuova determinazione arriva da un team di ricercatori della Colorado State University che si è proposto di quantificare, in circostanze diverse, come le particelle di virus si trasmettono da una persona all’altra.

Una distanza di due metri potrebbe non bastare

Per la loro analisi, i cui dettagli sono stati pubblicati sulla rivista Enviromental Science & Technology, gli studiosi hanno elaborato un nuovo strumento, o meglio una metrica, chiamata Effective ReBreathed Volume (ERBV) per definire il modo in cui gli agenti patogeni, come Sars-Cov-2, si diffondo nell’aria. Questo parametro esprime la quantità di aria emessa attraverso il respiro che, nel momento in cui si sposta verso un’altra persona, contiene un certo numero di particelle. Questo metodo ha permesso al team di fare confronti oggettivi, basati sulla fisica tra le diverse modalità di trasmissione.

La catena epidemiologica di un virus che si trasmette per via aerea, come Sars–Cov–2 / Environmental Science & Technology
in foto: La catena epidemiologica di un virus che si trasmette per via aerea, come Sars–Cov–2 / Environmental Science & Technology

L’indagine si è concentrata su tre dimensioni di particelle che coprono un intervallo biologicamente rilevante: 1 micron, 10 micron e 100 micron, circa la larghezza di un capello. Le particelle più grandi, prodotte ad esempio da uno starnuto, avrebbero dimensioni prossime a 100 micron, mentre le più piccole, quelle di una singola particella virale. A seconda delle dimensioni, il trasporto di queste particelle è molto diverso, oltre ad essere influenzato dalle correnti d’aria presenti nel contesto.

I ricercatori hanno quindi confrontato i diversi scenari (all’aperto o in ambienti chiusi, come un soggiorno o un ufficio di varie dimensioni), osservando un maggiore rischio nei luoghi dove l’aria espirata si accumula invece di disperdersi. “In un ambiente chiuso, mantenere una distanza di 2 metri non è sufficiente a limitare le esposizioni potenzialmente contagiose, perché questi luoghi consentono alle particelle di accumularsi nell’aria”. Al contrario, indicano gli studiosi, “all’aperto la concentrazione di particelle diminuisce all’aumento della distanza dall’emettitore, perché queste sono trasportate dal vento e disperse dalle correnti d’aria”. Pertanto, a una distanza interpersonale di 2 metri, “la velocità di respirazione all’esterno è di molto inferiore, e lo sarebbe anche di più se il ricevente non fosse direttamente sottovento”.

Osservazioni che hanno portato i ricercatori a concludere che “le interazioni di maggiore durata all’aperto, a distanze superiori di 2 metri sembrano più sicure delle interazioni in ambienti chiusi di durata simile, anche se le persone sono più distanti, a causa delle particelle che si accumulano nella stanza invece di essere disperse dalle correnti d’aria”.