Studenti in sospeso, tra riaperture in ordine sparso in quello che è l’anno scolastico più controverso di sempre. Il rientro in classe per gli alunni delle superiori continua ad essere un rebus, arricchito da colpi di scena, come in Lombardia, dove il Tar ha bocciato l’ordinanza con cui la Regione aveva prolungato fino al 24 gennaio la didattica a distanza. Ora si tratterà di capire gli effetti della sentenza, in attesa dei dati del monitoraggio settimanale che ridefiniranno le fasce di rischio regionali. “È chiaro che la ripresa della didattica in presenza, per il volume di spostamenti che c’è intorno, rappresenta un elemento di preoccupazione” dice a Fanpage.it il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università Statale di Milano e membro del Cts lombardo, spiegando che in una fase come questa, in cui dovremo continuare a convivere con il virus fino a quando le vaccinazioni anti-Covid non avranno un forte effetto epidemiologico, gli orari scaglionati, il potenziamento del trasporto pubblico locale e i piani di test per i ragazzi sono elementi da tenere in forte considerazione.

È il momento giusto per riaprire?

Sicuramente va valutata la situazione contingente così come le attività svolte dalle prefetture, che spero abbiano realizzato al meglio quanto previsto, predisponendo orari di entrata e uscita diversificati, l’aumento del numero di autobus e frequenza delle corse, e quant’altro. Come Lombardia, andando a vedere l’andamento epidemiologico, abbiamo purtroppo individuato nella fascia di età 14-18 anni quello che è stato l’inizio della seconda ondata, dunque gli anticipatori della successiva diffusione del virus alle altre fasce di età.

È questo un po’ il punto di inquietudine in una fase come questa, in cui c’è una tendenza a un possibile rialzo, non dico una terza ondata ma quella che potrebbe essere una terza onda, una curva che ha smesso di scendere e che tende a salire. Speriamo che non sia un’ondata in senso stretto e quindi con una ricrescita consistente, ma lo capiremo nel corso di questa e della prossima settimana.

Quindi, di sicuro, potrebbe esserci per le scuole superiori l’ipotesi di un rientro che preveda l’alternanza degli studenti, magari con l’esecuzione di test di screening per vedere qual è la situazione in questa fascia di età e individuare le possibili positività prima del rientro in classe.

Il professor Fabrizio Pregliasco

Ci sono delle Regioni che più di altre potrebbero riaprire e quali non dovrebbero proprio rischiare?

Sicuramente, questo va considerato in conseguenza alla classificazione del rischio regionale, o meglio dell’incidenza della malattia in quel contesto. È chiaro che non c’è un manuale di riapertura delle scuole o della gestione della pandemia in ambito scolastico, quindi si tratta di cercare di “mitigare” al meglio gli effetti negativi dell’assenza da scuola, come può essere alternare la presenza in classe.

È stato calcolato quanto la scuola incide sul contagio?

Questo è un aspetto controverso perché, presumibilmente, la scuola è un luogo non a rischio. È anche chiaro che l’apertura della scuola, in considerazione di tutto quello che ruota intorno al movimento dei ragazzi, è un elemento di notevole rischio, per cui è difficile individuare la responsabilità stringente della scuola o del contesto esterno.

C’è un indice o un’incidenza che possono portare in automatico all’apertura o alla chiusura delle scuole?

La valutazione, in generale, è sul dato complessivo ma un’analisi dell’incidenza per classi di età potrebbe essere utile. Come le dicevo, all’inizio della seconda ondata l’incidenza di casi è aumentata prima nei giovani e poi nelle altre fasce età, dimostrando come quella dai 14 ai 18 anni abbia facilitato la diffusione in famiglia dei casi.

Quali sono il pericolo concreto della riapertura? Rischiano più i ragazzi o le famiglie?

Sicuramente la comunità. I ragazzi, se si contagiano, sono un elemento facilitante della diffusione in famiglia ma anche tra i docenti.

Bastano gli orari scaglionati?

Di fatto orari scaglionati diversificati e potenziamento trasporti sono elementi importanti per ridurre il rischio.

Visto che uno dei principali nodi è quello dei trasporti, non si potrebbe pensare i taxi “disoccupati”?

Sicuramente bisogna trovare soluzioni che tengano conto del contesto, anche perché è chiaro che chi deve spostarsi da una città all’altra utilizza il trasporto pubblico. In città le soluzioni possono essere diverse, per cui buoni taxi ma anche buoni monopattino possono rappresentano delle alternative.

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