A distanza di mesi dalla devastante ondata pandemica che ha colpito l’Italia, il quadro generale dell’epidemia di Covid-19 resta “a basso rischio” sul territorio nazionale nonostante nella settimana compresa tra il 6 e il 12 luglio si sia registrato un lieve aumento dei contagi: lo riporta l’Istituto Superiore di Sanità nell’ultimo monitoraggio settimanale precisando che, dopo un trend in discesa, la curva epidemica ha mostrato una stabilizzazione del numero di nuovi casi di Covid-19 con piccole variazioni giornaliere in gran parte dovute all’intensa attività di tracciamento e screening dei contatti stretti dei positivi. Ad oggi, i casi totali riportati dal bollettino del Ministero della Salute sono 244.434 con 12.440 attualmente positivi, 196.949 guariti e 35.045 deceduti, in una situazione epidemiologica che si conferma “estremamente fluida” e un indice di contagio Rt che però è appena superiore alla soglia di 1.

Cos'è cambiato dallo scoppio dell’epidemia?

Rispetto ai mesi scorsi, conosciamo molti più dettagli e abbiamo più armi per difenderci. Il contributo di ricercatori e scienziati di tutto il mondo ha infatti permesso di comprendere diversi aspetti del virus: sappiamo, ad esempio, che il Sars-Cov-2 si trasmette per via aerea non solo attraverso le goccioline (droplet) di diametro superiore ai 10 micron ma anche attraverso quelle più piccole, che restano sospese nell’aria per tempi più lunghi. Gli ultimi studi indicano inoltre che gli anticorpi contro il virus tendono a diminuire dopo pochi mesi, fino a non essere più rilevabili, ma lo sviluppo delle immunoglobuline IgG non sarebbe la sola manifestazione della risposta immunitaria. Alcune ricerche hanno infatti evidenziato la presenza di linfociti T, cioè di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infette da virus, in grado di riconoscere e combattere il Sars-Cov-2 anche in soggetti che non hanno mai contratto l’infezione ma che, in passato, sono probabilmente entrati in contatto con altri coronavirus, come Sars e Mers.

Rispetto a quando si è compreso che il nuovo coronavirus era arrivato in Italia con il caso del “paziente uno”, i medici hanno a disposizione farmaci “riposizionati”,  cioè indicati per altre patologie, per i quali si sono conclusi o si stanno concludendo gli studi clinici, come il remdesivir, l’eparina, il desametasone, e il tolicizumab, che rappresentano quindi le principali opzioni terapeutiche che prima non avevamo. Un caso a parte è rappresentato dalla clorochina e dall’idrossiclorochina per cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Agenzia italiana del farmaco hanno invece deciso di sospendere sperimentazione per l’elevato rischio di complicazioni a livello cardiaco, in alcuni casi ad esito fatale. A cambiare, inoltre, la risposta del sistema sanitario, con strutture ospedaliere, divenute più reattive e attrezzate in termini di terapie intensive e subintensive.

Cosa ha funzionato in Italia?

Nonostante la presenza di focolai di Covid-19 più o meno rilevanti, in particolare nelle regioni dove, nelle ultime due settimane, l’Rt è risultato superiore a 1, la situazione rimane “a bassa criticità”, con incidenza di 4,6 casi ogni 100.000 abitanti, una delle migliori in Europa. Questo grazie ai sacrifici fatti nei 70 giorni di lockdown totale e il rispetto di tutte le misure necessarie per ridurre il rischio di trasmissione (uso della mascherina, distanziamento sociale e igiene personale). Cruciale, inoltre, il ruolo dei servizi territoriali di sorveglianza nell’attività di screening e identificazione dei contatti attraverso cui è possibile contenere i nuovi focolai. Quanto fatto finora ci ha dunque permesso di ridurre la circolazione del virus ma è proprio in questa fase di transizione che dobbiamo tenere alta la guardia e, con l’impegno di tutti, rallentarne ulteriormente la diffusione.

Il dato oggettivo è che, mentre in Italia siamo passati da un’ondata violenta a una di controllo, con numeri del contagio incoraggianti, il resto del mondo sta vivendo le peggiori settimane dallo scoppio dell’epidemia: Stati Uniti, Brasile e India sono in ginocchio mentre in Paesi dell’Unione europea come Spagna, Romania e Francia l’andamento epidemico non è così favorevole come il nostro. Ciò dovrebbe farci riflettere sui risultati che abbiamo raggiunto in questi mesi e, soprattutto, sull’importanza di non vanificarli. Sappiamo che il virus c’è ancora, non è mutato né si è attenuato, ma che circola di meno: perciò le misure che ben conosciamo non vanno dimenticate, ma applicate per evitare che da qualche decina di focolai si torni a centinaia, divampando nella temuta seconda ondata.