Perché alcuni animali sono suscettibili all’infezione da coronavirus e altri no? E quali sono le specie più a rischio? Una risposta a quelle che, fin dall’inizio della pandemia di Covid, sono e continuano ad essere tra le domande più cercate su Google, arriva da un nuovo studio condotto un team di ricerca internazionale che ha coinvolto l’Università di Stanford, in California, l’Istituto spagnolo di Chimica Avanzata della Catalogna e l’Hospital for Sick Children di Toronto, in Canada. Il gruppo di studiosi ha preso in esame i risultati di tutte le precedenti indagini sulla questione e identificato quali sono specie animali che rischiano di contrarre l’infezione da coronavirus Sars-Cov-2, chiarendo il motivo per cui alcune sono più vulnerabili di altre.

Perché i gatti possono prendere il coronavirus

Come molti altri virus, il primo passo del ciclo di infezione da Sars-Cov-2 è l’interazione tra una proteina virale e un recettore sulla superficie della cellula ospite – premettono i ricercatori – . La caratterizzazione a livello atomico della struttura tridimensionale di tali interazioni proteiche è dunque molto importante per comprendere il processo di infezione, per lo sviluppo di farmaci anti-virali e per prevedere quali sono le specie animali a rischio”. In tal senso, i ricercatori hanno messo a punto un modello computazione basato sui dati strutturali, di legame e di sequenza del recettore cellulare ACE2 di 28 specie animali che possono venire a contatto con l’uomo in una serie di contesti, dunque in ambito domestico, industriale e commerciale, e valutato l’affinità di legame tra ciascun recettore e il dominio virale RBD, ovvero la porzione della proteina Spike che Sars-Cov-2 utilizza per agganciare le cellule e penetrare al loro interno.

La diversa affinità, dovuta al fatto che specie differenti hanno ciascuna una propria “versione” di ACE2 che varia leggermente nella sua struttura molecolare, spiega il perché alcuni animali, come i gatti, i cavalli e le mucche vengono infettati dal coronavirus, mentre altri animali, come i maiali e i polli, sono immuni. Nel dettaglio, gli studiosi hanno calcolato un punteggio HADDOCK (una combinazione lineare di termini energetici di forze di Van der Walls, elettrostatiche e desolvatazione) per ciascuna interazione Ace2-RBD, e fornito inoltre un grafico semplificativo delle differenze osservate.

In blu le specie animali suscettibili al coronavirus; in rosso quelle immuni; in grigio quelle per cui non è stato possibile arrivare a un dato conclusivo / Plos Computational Biology
in foto: In blu le specie animali suscettibili al coronavirus; in rosso quelle immuni; in grigio quelle per cui non è stato possibile arrivare a un dato conclusivo / Plos Computational Biology

Le specie che risultano suscettibili all’infezione da coronavirus (in blu) hanno generalmente punteggi HADDOCK inferiori rispetto alle specie immuni all’infezione (in rosso) – spiegano i ricercatori – . Nel complesso, i risultati suggeriscono che, nelle specie che non contraggono l’infezione, mancano specifici residui amminoacidici di Ace2 che formano forti interazioni con la proteina virale Spike, e questo porta a un legame non stabile tra le due proteine”. Le specie nel grafico sono in ordine crescente a seconda dei diversi punteggi HADDOCK e quelle per cui non è stato possibile stabilire la suscettibilità a Sars-Cov-2 (perché sconosciuta o le analisi non hanno fornito dati conclusivi) sono mostrate in grigio.

In particolare, i risultati dello studio pubblicati sulla rivista Plos Computational Biology, indicano che mucche e dromedari sono più suscettibili all’infezione rispetto all’uomo. Vulnerabili, anche se in misura leggermente minore, conigli, cavalli e gatti, quindi criceti, civette, pipistrelli, tigri siberiane, furetti e pangolini. Sono risultati invece immuni i porcellini d’India, polli, anatre e topi. “Il nostro modello – concludono i ricercatori – ha consentito anche di prevedere le mutazioni di Ace2 che migliorano l’affinità di legame e che potrebbero essere utilizzate per progettare varianti del recettore che possano essere utili per lo sviluppo di farmaci e terapie in grado di neutralizzare l’infezione.