La temperature più calde riducono la trasmissione del coronavirus ma non sono sufficienti a prevenire il contagio. A dimostrarlo è una nuova ricerca pubblicata su PNAS da un team di ricerca dell’Imperial College di Londra che ha sottolineato l’importanza dell’uso delle mascherine e del rispetto del distanziamento interpersonale, così come delle altre misure di contrasto della pandemia, anche ora che nell’emisfero settentrionale ci avviciniamo all’estate. “Le decisioni di politica sanitaria rimangono di fondamentale rilevanza per il controllo della diffusione virale e anche l’adesione alle raccomandazioni continuerà a svolgere un ruolo chiave contro la trasmissione del patogeno” ha evidenziato Ilaria Dorigatti, coautrice dello studio e ricercatrice dell’MRC Center for Global Infectious Disease Analysis dell’Imperial College di Londra.

L'impatto del caldo sulla diffusione virale

Dorigatti e colleghi hanno dimostrato che oltre alla temperatura, a svolgere un ruolo sostanziale nella diffusione virale è la densità di popolazione. “I nostri risultati mostrano che le variazioni di temperatura hanno un effetto molto minore sulla trasmissione rispetto agli interventi di salute pubblica, per cui nel corso delle campagne di vaccinazione, durante le quali una parte della popolazione non è vaccinata, i Governi non devono abbandonare restrizioni e politiche di contrasto della pandemia solo perché andiamo incontro a un cambiamento stagionale”.

L’effetto del caldo, sebbene significativo, è limitato. I modelli epidemiologici elaborati dai ricercatori, che hanno incluso sia i dati ambientali sia i casi di Covid-19 registrati negli Stati Uniti, indicano che ogni grado centigrado di aumento della temperatura può ridurre l’indice di contagio R di circa 0,04 punti. “Ciò significa che una differenza di 20 °C, come quella che si registra tra le temperature invernali e quelle estive, potrebbe equivalere a una differenza di R di circa 0,8”. Tuttavia, evidenziano gli studiosi, qualsiasi impatto delle condizioni climatiche può essere annullato da fattori che influenzano la trasmissione di Sars-Cov-2, come la rimozione delle misure di controllo delle infezioni. “Ad esempio, durante il lockdown, non c’è stata alcuna evidenza significativa che la trasmissione fosse influenzata dalla temperatura” precisano gli studiosi.

“Ciò significa, ad esempio, che le regioni più calde non dovrebbero pensare di allentare le restrizioni alla mobilità prima delle regioni più fredde – ha affermato Will Pearse del Dipartimento di scienze della vita dell’Imperial College di Londra e autore principale dello studio – . Ciò è particolarmente vero in quanto le regioni più calde tendono ad avere densità di popolazione più elevate: ad esempio, la Florida è più densamente popolata rispetto al Minnesota”.