Una donna di 72 anni, immunodepressa a causa di una leucemia linfocitica cronica, ha sconfitto il coronavirus grazie a una singola infusione di plasma iperimmune. Il suo caso ha trovato spazio sulla rivista Cell Reports Medicine perché l’infusione è stata somministrata 33 giorni dopo la comparsa dei sintomi, dunque relativamente tardi rispetto al decorso della malattia. Al momento del ricovero, la donna aveva già sviluppato una grave forma di Covid-19 e le sue condizioni erano complicate da una seria polmonite.

Guarita in quattro giorni dopo un'infusione di plasma iperimmune

Quando i medici dell’Università dell’Alabama a Birmingham (UAB), le hanno somministrato la prima infusione, le sue condizioni sono notevolmente migliorate. Secondo quanto riportato dal medico, Randall Davis, docente del Dipartimento di Medicina dell’UAB, il miglioramento è stato “rapido e profondo”, la febbre a 40 °C è scesa velocemente a valori normali e, dopo tre appena giorni, il virus non era più rilevabile nei tamponi respiratori. Quattro giorni dopo l’infusione, la donna è stata dimessa dall’ospedale.

Pur rappresentando un singolo caso, lo studio fornisce “una prova convincente del beneficio della plasma terapia” sottolineano i ricercatori che hanno dimostrato come il rapido recupero fosse dovuto all’alto livello di anticorpi neutralizzanti contenuto nel plasma donato dal genero delle 72enne guarito dalla malattia. Una concentrazione che i ricercatori hanno scoperto essere decisamente superiore a quella misurata in altri 64 campioni di plasma raccolti da due banche del sangue. “Solo il 37% dei plasma convalescente dalla prima banca del sangue aveva titoli anticorpali neutralizzanti superiori a 250, il valore limite inferiore consentito dall’autorizzazione all’uso di emergenza del plasma convalescente della FDA – spiegano gli autori dello studio – . Tra i plasma della seconda banca del sangue, solo il 47% ha superato tale soglia, pertanto molti di questi erano inadeguati per l’infusione”.

Sebbene otto campioni della seconda banca del sangue superassero il titolo anticorpale neutralizzante di 1.000, questi erano ben al di sotto del titolo anticorpale di 5.720 presente nel plasma donato dal genero della signora. Gli studiosi hanno anche analizzato i titoli plasmatici della donna e di altri 17 pazienti, sia prima che dopo l’infusione, osservando che prima della terapia, il 53% di questi pazienti aveva valori di anticorpi neutralizzanti maggiori di 250 e in 7 avevano titoli superiori a 3.000. Ciononostante, in questi altri pazienti l’infusione di plasma non ha avuto un impatto significativo sul livello di anticorpi preesistenti e molti di riceventi avevano sviluppato una risposta anticorpale endogena che ha superato di gran lunga quella delle unità di plasma convalescente somministrate.

Al contrario, l’infusione di 218 millilitri di plasma con il più alto titolo anticorpale ha determinato nella donna un evidente aumento dei titoli anticorpali neutralizzanti che è persistito quattro giorni dopo l’infusione. “I nostri risultati hanno importanti implicazioni sul modo in cui viene utilizzata la plasmaterapia nei pazienti con Covid-19 e su come possa essere migliorata – hanno riferito Davis e colleghi – . I più bassi titoli neutralizzanti nella maggior parte dei donatori di plasma convalescenti sollevano preoccupazione, così come gli anticorpi neutralizzanti basali ad alto titolo in molti riceventi, sottolineando l’importanza di testare prima sia il plasma dei guariti sia quello dei riceventi. In questo modo si dovrebbe ottimizzare il beneficio clinico e ridurre lo sforzo speso quando la plasmaterapia non è appropriata”.