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Disturbi del sonno: quando dormire fa paura

Pavor nocturnus, il terrore di un figlio che guarda la madre e non la riconosce

Il pavor nocturnus è un disturbo del sonno che colpisce sia gli adulti che i bambini. Scopriamo con l’aiuto del neuropsichiatra infantile Lino Nobili come riconoscerlo e quali possono essere cause e rimedi.
A cura di Giuditta Danzi
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Vostro figlio si alza dal letto e urla nella notte. Se provate ad avvicinarvi la situazione non fa che peggiorare e cerca anche di colpirvi con le sue manine e i calci. Nel caso vi capitasse di assistere a un episodio del genere non vi spaventate perché si tratta di un disturbo del sonno. Il pavor nocturnus o terrore notturno è una parasonnia che si manifesta nella fase Non-Rem del sonno. Questo disturbo, che può colpire anche in età adulta, si differenzia dai normali incubi, perché il soggetto che ne soffre generalmente non ne ha minimamente ricordo al risveglio. Abbiamo intervistato il Dott. Lino Nobili, neuropsichiatra infantile e responsabile del centro di Medicina del Sonno dell’ospedale Niguarda di Milano per saperne di più sui terrori notturni, che colpiscono tra l’1 e il 6% della popolazione.

Che cos'è il Pavor nocturnus
Cause del terrore notturno
Cosa fare durante e dopo un'attacco di Pavor
Diagnosi della parasonnia
Allucinazioni e altri disturbi psicologici
Cura del Pavor nocturnus

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Pavor nocturnus: cosa fare per contribuire al sonno sereno del figlio.
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Che cos’è il Pavor nocturnus e come riconoscerlo

Il pavor nocturnus, chiamato anche terrore notturno o pavor notturno o terrore del sonno, è un disturbo del sonno appartenente alla famiglia delle parasonnie. Si verifica nella fase Non-Rem, quella del sonno profondo e circa 40-60 minuti dopo l'addormentamento, ed è più frequente nei bambini tra i 3 e i 12 anni, ma come precisa il dott. Nobili: «Può estendersi anche in età adulta così come si può anche cominciare a soffrirne da adulti. Spesso chi soffre di pavor può avere sonniloquio, ovvero parlare nel sonno». Chi soffre di pavor nocturnus improvvisamente nel cuore della notte può urlare o piangere come fosse in preda a un forte terrore. L’espressione può essere molto spaventata, lo sguardo tuttavia può essere come “nel vuoto”; il soggetto spesso non riconosce i familiari, come i genitori o il compagno/a, che gli stanno accanto. Se qualcuno prova a toccarlo può far peggiorare il suo terrore e può anche scatenare azioni violente. I muscoli sono tesi, la sudorazione intensa ed è presente tachicardia. Finito l’attacco di pavor nocturnus il bambino o la persona adulta torna a dormire e il mattino dopo generalmente non conserva ricordo dell’accaduto, su cui vi è una sorta di amnesia. Gli attacchi di terrore hanno una durata variabile, dai 5 ai 30 minuti e o finiscono con l'addormentamento immediato del bambino (che in realtà mai si è svegliato del tutto) o con il suo risveglio, nel quale il piccolo può palesare uno stato d'animo diametralmente opposto a quello espresso durante l'attacco di Pavor.

Il Pavor nocturnus è pericoloso?

La preoccupazione dei genitori, quando si manifesta il pavor nocturnus, è sempre per la salute fisica e psicologica del proprio piccolo. In realtà i terrori notturni non sono pericolosi, a meno che non si associno al sonnambulismo, come ci conferma il dott. Nobili: «Il pavor nocturnus di per sé, quando il bambino si siede sul letto e piange, non ha alcun effetto negativo, se non quello che può frammentare un po’ il sonno se gli episodi sono molto frequenti oppure potrebbe essere il sintomo che c’è qualcosa che non va nel sonno e che determina dei risvegli, sui quali si verifica il pavor. Ad esempio, un bambino che russa o che ha delle apnee notturne può avere il terrore notturno se predisposto».

Può diventare pericoloso se si associa al sonnambulismo perché c’è deambulazione. Ma, osserva lo specialista, ciò che è pericoloso è il sonnambulismo in sé, anche «senza pavor nocturnus, perché di nuovo il cervello è in una situazione che non è razionale e non percepisce ciò che sta intorno a lui, per cui il soggetto è in grado di camminare ma non percepisce perfettamente ciò che ha davanti. Di fronte a una ringhiera del balcone, ad esempio, potrebbe scavalcarla. Purtroppo mi è capitato di avere episodi in cui una persona durante un episodio di sonnambulismo si è fatta male o ha fatto male a qualcun altro. Se il pavor si associa a sonnambulismo, quindi, la prima cosa da fare è far dormire il bambino in un ambiente protetto. È chiaro che dormire al terzo piano con le finestre aperte o in una casa con scale o qualsiasi elemento possa creare dei problemi, espone al pericolo se c’è sonnambulismo. Per fortuna non sono casi frequenti, ma quando accadono sono estremamente gravi».

Le cause del pavor nocturnus

La causa alla base del pavor nocturnus è sempre la predisposizione genetica, a cui si sommano delle cause scatenanti dell'episodio di terrore. Ogni fattore che può provocare un risveglio in una persona, in chi è predisposto geneticamente al pavor può dar luogo al fenomeno. Al momento non è stato individuato un gene singolo responsabile di questa patologia, per cui si ritiene che possa essere multifattoriale. Le principali cause di risveglio sulle quali si innesta il pavor sono:

  • deprivazione di sonno,
  • apnee notturne,
  • russamento,
  • ipertrofia adenoidea,
  • ipertrofia tonsillare,
  • asma notturno,
  • febbre,
  • reflusso gastroesofageo,
  • rumori o luci durante il sonno,
  • stress.

Per le cause suddescritte è possibile che i primi attacchi di terrore si manifestino in coincidenza di avvenimenti tipici dello sviluppo del bambino, quali l'inizio della scuola, lo spannolinamento o l'arrivo in casa di un fratellino o sorellina. Come precisa il dott. Nobili: «generalmente a soffrire di Pavor sono i bambini che hanno un sonno estremamente profondo, e questo ci spiega anche perché uno stimolo che dovrebbe indurre il risveglio in realtà induce un risveglio parziale, non completo, è questo il tappeto su cui si sviluppano pavor o sonnambulismo».

Importanti anche le buone abitudini, perché: «Una delle cause più frequenti è la deprivazione di sonno che, aumentando il sonno profondo, facilita questi eventi. Stessa cosa rumori nella stanza o dormire accanto a qualcuno che si muove e che quindi facilita dei risvegli. Bisogna sempre ridurre i possibili “stimoli” esterni o interni che possano produrre risvegli in un bambino predisposto ad avere delle parasonnie. La più frequente causa nei bambini sono le apnee, ad esempio l’ipertrofia adenotonsillare che provoca russamento e apnee».

Pavor nocturnus del bambino: cosa fare

Cosa fare durante una crisi

I genitori spesso non sanno come agire quando il loro bambino inizia a piangere e urlare durante la notte, eppure un intervento non corretto può causare un peggioramento del disturbo. Come spiega il dott. Nobili: «A causa dello spavento, la cosa che cercano di fare con più frequenza i genitori è interagire col bambino, magari in maniera brusca, e questo talvolta crea un peggioramento del disturbo. Il bambino, che durante il pavor è in uno stato di dissociazione – quindi non è né sveglio né addormentato – più resta in questo stato più può aggravarsi come intensità o durata delle manifestazioni. I genitori spaventandosi cercano di svegliarlo, ma in realtà spesso mantengono il cervello del bambino in questo stato di indeterminazione. A volte il bambino potrebbe riaddormentarsi da solo paradossalmente, invece alcuni genitori al primo accenno di pianto cercano di svegliarlo o tranquillizzarlo e questo ha un effetto negativo. Non c’è un comportamento definito e unico. Bisogna un po’ anche conoscere il bambino. Il consiglio è sempre quello di evitare di spaventarsi e di non mettere in atto dei comportamenti bruschi. La cosa migliore è cercare di riaccompagnarlo a letto, farlo stendere. È normale che a volte il pianto del bambino possa essere di lunga durata così da indurre il genitore spaventato a cercare di tranquillizzare il proprio bambino, ma è normale anche che non si riesca nell’impresa perché è una cosa abbastanza frequente che l’episodio possa durare a lungo, non bisogna preoccuparsi».

Il bambino può anche avere una reazione violenta nei confronti dei genitori durante il terrore notturno, come ci ricorda il dott. Nobili: «A volte, se il genitore prova ad avvicinarsi al bambino, questo può anche avere reazioni violente, come tirare calci. Il bambino essendo in questo stato in cui manca la parte razionale, quella consapevole di quello che succede, è infastidito da tutto quello che c’è intorno. In realtà lui vorrebbe addormentarsi, la “pressione” del sonno è molto forte. Il cervello produce attività lenta come se il soggetto stesse ancora dormendo, cosa che il bambino vorrebbe anche fare ma c’è qualcosa che lo disturba, per cui può avere comportamenti inadeguati. Questo succede nel bambino ma anche nell’adulto, come in tutte le situazioni in cui il comportamento non è guidato da un cervello razionale. Interagire con lui in questa fase può determinare con estrema frequenza dei comportamenti oppositivi. Per questo consiglio di non interagire in maniera brusca e semmai tranquillizzarlo con delle parole. Se un genitore si rende conto che c’è modo per svegliarlo dolcemente può essere una strategia, altrimenti meglio metterlo nella condizione di potersi riaddormentare, anche se un attacco di pavor nocturnus può durare qualche minuto. La mia esperienza, avendone anche registrati di episodi di questo tipo, è che più il genitore interagisce con lui cercando di calmarlo, più l’episodio può durare a lungo. Dipende dalla capacità che ha il genitore di trasmettere tranquillità, in questa fase in cui il cervello non percepisce in maniera “normale” le informazioni dall’esterno».

Cosa fare l'indomani mattina

Il bambino – o l'adulto – si sveglia terrorizzato, piange, si dimena e appare più o meno estraneo e insensibile al contesto in cui si trova. Poi spesso si riaddormenta all'improvviso, comunicando con i tratti distesi del volto tutta la placida tranquillità del sonno. L'attacco di terrore è passato e per questo, suggerisce il neurologo, «dal momento che il bambino non ricorda niente dell’episodio, evitate di raccontargli tutte le cose che ha fatto la notte perché così il piccolo inizia a chiedersi cosa abbia di diverso. In realtà il bambino non è assolutamente consapevole che di notte ha urlato e pianto, non si ricorda nulla».

La diagnosi del Pavor nocturnus

La diagnosi del pavor nocturnus viene fatta in prima battuta dal medico di famiglia, in base a quanto riferito dal paziente o dai suoi genitori nel caso si tratti di un bambino. Se il medico ritiene che gli episodi siano molto frequenti o ci siano dubbi sulla patologia vi consiglierà di rivolgervi a un Centro di Medicina del sonno. Il dott. Nobili ci spiega: «La diagnosi è clinica, il paziente o i genitori raccontano gli avvenimenti notturni. Ad esempio un bambino che dopo circa 40 minuti dall’addormentamento si sveglia e piange è un dato clinico che ci fa pensare al pavor».

A volte può esserci bisogno di un esame più approfondito per avere una diagnosi certa e individuarne magari le cause scatenanti: «Quando gli episodi sono frequenti e numerosi bisogna indagare se ci sono delle cause e diventa necessario studiare il sonno di questi bambini. In questa circostanza si fa la video-polisonnografia notturna, che non è indicata nella maggioranza dei casi, ma nei più gravi può dare informazioni molto utili. È un esame che permette di registrare sia l’elettroencefalogramma che l’attività respiratoria e tanti altri parametri. È innocuo ma bisogna farlo in un laboratorio attrezzato, come succede nei Centro di Medicina del sonno, dove il paziente viene monitorato anche con un video. Non essendo molti i centri di questo tipo non si può fare immediatamente ma per fortuna non sono così frequenti i casi in cui occorre fare delle indagini così approfondite. Come centro specializzato, ci capita spesso di avere bambini che hanno delle parasonnie molto frequenti e qualche volta anche severe, e quindi facciamo questi esami, ma il medico di famiglia ne vede probabilmente molti di più, e che non hanno necessità di fare ulteriori approfondimenti».

Pavor nocturnus, allucinazioni e disturbi psicologici

Molti genitori sono convinti che il pavor nocturnus nel bambino sia il prodromo di disturbi psichici nell’adulto, ma questa ipotesi non è suffragata da evidenze scientifiche. Nel corso di una crisi la mamma e il papà cercano di tranquillizzare il piccolo perché, spiega lo specialista, «pensano che gli episodi di pavor siano legati a un fattore emotivo e invece di fatto non c’è evidenza che ci siano dei fattori psicologici nel bambino. Come in tutte le cose, è chiaro che se il bambino si è spaventato durante il giorno, gli episodi si possono accentuare, sempre che ci sia una predisposizione, ma non sono legati a un malessere psicologico profondo». Viceversa, se a soffrire di Pavor è l'adulto «la componente psicologica, non radicata nel bambino, può essere molto forte».

Il pavor nocturnus non va confuso con altri tipi di parasonnie, come le allucinazioni ipnagogiche e le paralisi del sonno. «Sono due cose molto diverse – spiega il neuropsichiatra infantile -. Il pavor nocturnus o terrore notturno, specialmente se parliamo di quello che succede nei bambini, si verifica in pieno sonno profondo, quando ci sono le onde lente. C’è una coesistenza tra regioni del cervello che rimangono attivate e altre che producono questa attività tipica del sonno. In questo caso ci possono essere comportamenti come se la persona fosse estremamente spaventata o terrorizzata, però nella maggior parte dei casi i bambini non ne sono consapevoli, sono più spaventati coloro che assistono alla scena, come i genitori. Il bambino è spaventato dal punto di vista comportamentale, ma in genere il giorno dopo non ricorda nulla. C’è una fortissima differenza tra le allucinazioni ipnagogiche e il pavor nocturnus: la prima è una dissociazione tra veglia e sonno Rem, il secondo tra veglia e sonno Non-Rem. Al Centro del Sonno del Niguarda di Milano, abbiamo anche fatto alcuni studi in cui si vede che durante il pavor c’è un’attivazione di alcuni circuiti del cervello che sono quelli generalmente alla base dei comportamenti più arcaici e innati, legati quindi alla paura e alla fuga, mentre le regioni che restano nel sonno sono quelle frontali, legate alla razionalità e al giudizio, quindi quelle più connesse con la parte della coscienza. È come se il cervello a un certo punto perdesse il controllo su alcuni comportamenti innati e arcaici legati alla paura, mentre la parte legata alla razionalità continuasse a dormire. Ciò comporta una prevalenza di comportamenti, anche a volte inadeguati, di fuga e paura. Sono fenomeni che si verificano nei bambini ma possono succedere a volte anche negli adulti e risultare ancora più evidenti».

La paralisi del sonno è caratterizzato da atonia muscolare (l'opposto nel Pavor), si realizza nelle fasi iniziale o finale del sonno Rem (non-Rem nel Pavor) e può causare precise allucinazioni dette ipnopompiche e ipnagogiche. Insomma, ricorda ancora il responsabile del centro di Medicina del Sonno di Milano, paralisi del sonno e terrore nottunro «sono due cose molto diverse. Le paralisi del sonno e le allucinazioni ipnagogiche avvengono all’addormentamento o al risveglio. Sono dovute a una situazione in cui il cervello è parzialmente sveglio e parzialmente in sonno Rem, la fase in cui si sogna. Questa condizione può favorire la comparsa di dispercezioni e allucinazioni, ma la persona a cui accade ne è cosciente e una volta sveglia può raccontarle. Se sono associate alla paralisi del sonno, ad esempio, dirà che non riusciva a muoversi. Questa associazione con la paralisi è possibile proprio perché il sonno Rem è caratterizzato dalla presenza di atonia muscolare con impossibilità a muoversi anche se i muscoli respiratori continuano a funzionare. Accade, quindi, che la persona stia per addormentarsi, non riesca a muoversi, si spaventi e in più abbia anche delle allucinazioni. Per alcuni può anche essere terrificante, ma è una cosa assolutamente innocua».

Cura del Pavor nocturnus

Prevenire il Pavor

Prevenire il pavor nocturnus è possibile evitando alcuni comportamenti non corretti e mettendo in pratica quelli consigliati dal dott. Nobili: «Le sostanze stimolanti possono favorire il pavor nocturnus, così come deprivare il bambino di sonno. Magari a volte per il gusto di stare di più col proprio bambino dopo una giornata di lavoro, lo si manda a letto un’ora più tardi, questo aumenta la “pressione” di sonno profondo nella notte seguente e ciò aumenta la probabilità che questi episodi si verifichino. Se il bambino ha una predisposizione ad avere questi episodi ed è raffreddato, cercate di farlo andare a dormire con le vie aeree più pulite possibile perché tutto ciò che disturba la respirazione può creare dei piccoli risvegli».

Con l’intento di rassicurare il proprio piccolo, lo portano nel proprio letto, ma dormire coi genitori non è la soluzione migliore. Come spiega lo specialista: «Rispetto al pavor nocturnus il dormire del bambino nel letto coi genitori può provocarne di più perché la possibilità di avere degli stimoli a causa del contatto fisico è ancora più alta. Di frequente i genitori mi riferiscono che quando il bimbo dorme con loro si muove ancora di più perché magari cerca il contatto fisico coi genitori», il che, accrescendo gli stimoli esterni, può facilitare nuovi attacchi di terrore. Per questo motivo è importante «insegnare al bambino a dormire da solo sia molto importante. Sicuramente nel pavor nocturnus il sonno del bambino è più tranquillo e meno movimentato quando dorme da solo».

Farmaci per terrori notturni frequenti

Negli adulti che soffrono con frequenza di terrore notturno talvolta si deve ricorrere alle benzodiazepine, psicofarmaci con capacità sedative, così da ridurre la probabilità di un risveglio e quindi di un episodio di pavor nocturnus. Nei bambini, specie quando manifestano un Pavor nocturnus precoce, ci vuole ancora maggiore prudenza nella prescrizione di un rimedio: «Ci sono dei casi in cui gli episodi sono così frequenti che si cerca di far qualcosa dal punto di vista farmacologico. Se un bambino ha più episodi per notte più volte in una settimana allora può essere davvero disturbante per lui e la sua famiglia. Anche se non sono mai stati fatti degli studi veramente controllati che stabiliscano che un farmaco sia migliore di altri, è mia esperienza personale dare dei farmaci a dosaggi molto bassi che possano rendere più stabile il sonno e ridurre la frequenza degli eventi. Nei bambini si tende a non usare le benzodiazepine, anche se in alcune situazioni può capitare. Personalmente non sono molto favorevole. Nei bambini, anche se non c’è un’evidenza chiara, il triptofano può stabilizzare un po’ il sonno ed essere efficace per alcuni di loro».

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