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L’era atomica era iniziata male, nel 1945, in Giappone, con l’esplosione di Little Boy, la prima bomba atomica, sulla città di Hiroshima, e sembra voler finire peggio, oggi, sempre in Giappone, con la fuga radioattiva di Fukushima, la centrale violentemente scossa dallo tsunami scatenato dal tremendo sisma dell’11 marzo 2011. Un anno dopo, i reattori di Fukushima fanno ancora paura e, come per Chernobyl, serviranno decenni per metterli in sicurezza. L’apporto rischi-benefici può ancora sembrare positivo, sul piano dell’energia nucleare, ma la penseremmo diversamente se le avanzate tecnologie giapponesi non avessero evitato il peggio. Ora che il Giappone ha iniziato la dismissione di diverse centrali, la Germania ha imboccato la stessa strada e l’Italia ha riposto nel cassetto il piano di un ritorno al nucleare, il mondo deve interrogarsi sul modo migliore per rilanciare l’era atomica, imboccando con decisione l’unica strada percorribile, quella che punta a ottenere sulla Terra l’energia che tiene accese le stelle.

Il cigno nero di Fukushima

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Il disastro di Fukushima rientra tra le imprevedibili situazioni descritte da una famosa teoria, quella del “cigno nero” di Nassim Taleb. Un cigno nero è “un evento isolato e inaspettato, che ha un impatto enorme, e che solo a posteriori può essere spiegato e reso prevedibile”. Con il senno di poi è infatti possibile rendersi conto che le imponenti misure di sicurezza dei reattori Daichi di Fukushima non erano sufficienti a metterli al riparo dal concomitante verificarsi di un terremoto e di uno tsunami. Il primo mette fuori uso gli impianti elettrici, mentre il secondo mette K.O. i sistemi d’emergenza, rendendo inutile anche l’impianto più ridondante. Quello dell’11 marzo è stato un tipico cigno nero, “un evento a bassissima probabilità” ma “ad altissimo potenziale di danno”, per usare ancora le parole di Taleb. È un rischio che abbiamo voluto correre per tutta l’era atomica, ma che oggi ci appare inaccettabile. Per capirci, la probabilità di un incidente nucleare è assai più bassa di un incidente in una centrale che produce energia attraverso i combustibili fossili – petrolio, gas o carbone. Tuttavia, nell’ultimo caso il danno è grave ma limitato nello spazio e nel tempo, nel senso che implica un forte inquinamento di un’area delimitata e in un arco di tempo che non supera, nel peggiore dei casi, un decennio o due. Nel caso di un incidente nucleare abbiamo danni che si diffondono per centinaia e anche migliaia di chilometri, e nell’area più colpita la radioattività insiste per generazioni, se non per secoli.

Insomma, Fukushima è il classico cigno nero, “un singolo evento sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un’esperienza millenaria”. Qui, d’accordo, l’esperienza non è millenaria – l’era atomica non ha nemmeno settant’anni – ma sembra abbastanza evidente che il gioco non può valere la candela, almeno non a queste condizioni. La soluzione non è però cambiare gioco. La soluzione sta nel cambiare le regole del gioco. Questo vuol dire iniziare a impegnarsi per un nuovo nucleare, un nucleare pulito. Non versioni nuove e più sicure dei reattori fino a oggi utilizzati, ma qualcosa di completamente diverso. La terza generazione avanzata di reattori che ora inizieranno a essere costruiti negli Stati Uniti, inaspettatamente all’indomani di Fukushima, dopo una moratoria per la costruzione di nuove centrali risalente all’incidente di Three Mile Island, nel 1979, non è la soluzione. Ne sono convinti diversi paesi europei, tra cui l’Italia, che nel referendum di giugno ha difatti confermato la precedente marcia indietro del governo sul nucleare, richiudendo nel cassetto il piano per la costruzione di nuovi reattori venticinque anni dopo l’abbandono del programma nucleare. Ma anche la Germania, nonostante il primato industriale in Europa, ritiene di poterne fare a meno e spegnerà l’ultima centrale nel 2022. Il Giappone s’interroga se fare altrettanto, ma per il momento di costruire nuovi reattori non se ne parla. La Svizzera, sempre tramite referendum, ha iniziato a spegnere le sue centrali, un processo che terminerà tra il 2020 e il 2030. E per allora anche il Belgio farà lo stesso.

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La fusione nucleare unica alternativa

Un reattore sicuro deve soddisfare due condizioni: non emettere radiazioni in caso di incidente e non produrre scorie per il cui stoccaggio sono richiesti tempi biblici. I reattori di quarta generazione, a cui oggi si lavora, soddisfano solo parzialmente queste condizioni. Uno dei più promettenti è il SFR (reattore a neutroni veloci refrigerato a sodio). Si tratta di reattori autofertilizzanti, che cioè si alimentano bruciando le scorie che producono. Ciò riduce di parecchio il problema, e limita anche significativamente i rischi di incidenti, in quanto tali reattori prevedono che un eventuale surriscaldamento del nocciolo provochi un rallentamento automatico della reazione a catena, evitando il peggio. Un’alternativa è il PBMR (reattore nucleare modulare “pebble bed”), che deve il suo nome all’utilizzo di un “letto” (bed) di sfere della grandezza di una palla da biliardo, chiamate in gergo “ciottoli” (pebble), invece dell’acqua pressurizzata impiegata oggi, come moderatore dei neutroni nel corso del processo di fissione nucleare; ciò rende questo tipo di reattore non solo più efficiente, ma anche molto più sicuro di tutti quelli attualmente in circolazione e in progettazione. Inoltre, le scorie possono tranquillamente essere stoccate in situ fino alla definitiva dismissione del reattore.

Ma si tratta di palliativi. Cambiare le regole del gioco, nell’era atomica, vuol dire passare dalla fissione alla fusione nucleare. Un obiettivo al quale si lavora da anni, certo, ma con scarsa convinzione. Abbiamo già dimostrato di possedere la capacità di riprodurre sulla Terra il processo che alimenta le stelle, con le bombe all’idrogeno. Ora si tratta di controllare questo processo, evitando la reazione a catena. Ci sono diverse ipotesi al vaglio, tra loro opposte. In America si lavora a un sistema che realizzi la fusione nucleare attraverso raggi laser ad altissima energia e pressione, in Europa è in costruzione il reattore sperimentale ITER, nel sud della Francia, per ottenere lo stesso effetto attraverso campi di plasma. Altri ancora ritengono plausibile la fusione fredda, che non implicherebbe il raggiungimento delle altissime temperature e condizioni di pressione che avvengono nei nuclei delle stelle.

Investire nella ricerca e sviluppo della fusione nucleare è la strada giusta. Una strada che deve andare di pari passo all’aumento di produttività delle energie rinnovabili – sole, acqua, vento – ma che non deve essere abbandonata. Le energie rinnovabili potranno coprire una percentuale significativa del nostro fabbisogno energetico, ma non potranno risolvere definitivamente il problema. Solo la fusione nucleare può ottenere questo risultato. Essa non ha bisogno di uranio e plutonio, ma solo di idrogeno ed elio, molecole diffuse in tutto l’universo, e prive di qualsiasi rischio. La fusione nucleare non comporta rischi per la sicurezza, perché in caso di incidente non ci sono radiazioni che possono essere liberate nell’aria. Non produce scorie, e quindi risolve il problema alla radice. È un’energia enorme e infinita, e soprattutto pulita. Potremmo usarla quotidianamente entro questo secolo, se ci impegniamo veramente a realizzarla superando gli ostacoli politici e le ristrette vedute dell’economia. Risolvere il problema energetico in questo secolo vuol dire assicurare ai nostri figli e nipoti un mondo migliore dove vivere e perpetuare l’avventura umana nei secoli futuri.