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L’avevano detto e l’hanno fatto: dopo il passo falso di un anno fa, il governo dell’Iran ha mandato nello spazio un modulo abitabile, Pishgam (“pioniere”), con una scimmia al suo interno. Portato a 120 chilometri di altitudine da un razzo che i governi dell’Occidente temono nasconda in realtà esperimenti per missili a lunga gittata, il modulo è poi rientrato con un paracadute. Nessuna conseguenza, se non un po’ di spavento al decollo, per la scimmietta lanciata per controllare l’effettiva abitabilità della capsula. Forti contrarietà sono state espresse dalle associazioni animaliste, soprattutto in seguito alla diffusione delle foto della scimmietta chiaramente impaurita mentre veniva bloccata nell’imbracatura necessaria a tenerla immobile durante la fase critica del decollo. Ma, nonostante l’Iran sia un paese abituato a calpestare quotidianamente i diritti umani, nell’esperimento non ha fatto peggio di tanti altri paesi occidentali che si sono serviti di tantissimi animali nel corso dell’era spaziale – per la maggior parte, ricordiamolo, sopravvissuti.

Da Laika a Ham lo scimpanzé

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Tutti ricordano Laika, la cagnetta lanciata dai sovietici nello Sputnik 2, il primo satellite dotato di modulo abitabile. Era il 1957 e per Laika non era possibile prevedere un rientro. Il decollo andò bene, ma lo stress e probabilmente gli sbalzi di temperatura uccisero Laika dopo poche ore, anche se la versione ufficiale parlava di “oltre quattro giorni”. Proteste davanti alle ambasciate sovietiche da parte degli animalisti non impedirono all’URSS di continuare a servirsi di animali per i propri test spaziali. I cani Belka e Strelka ebbero sorte migliore: lanciati con lo Sputnik 5, poterono far rientro a casa sani e salvi dimostrando al mondo che la scienza sovietica disponeva ora anche di metodi per il rientro dei propri futuri astronauti.

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I francesi preferirono invece i gatti. Felix fu il primo a essere lanciato nello spazio, e ritornò senza conseguenze sulla Terra con un paracadute. Non andò altrettanto bene al gatto successivo, che ebbe delle complicazioni al rientro e morì poco dopo. Ma le scimmie sono state da sempre gli animali considerati più utili dal punto di vista scientifico, grazie alla loro anatomia più simile alla nostra. Gli Stati Uniti hanno avuto il primato con Albert II, lanciato con un razzo V2 – quello dei nazisti, poi perfezionato dagli americani che si erano portati negli USA Wernher von Braun – e morto nell’impatto con la superficie a causa di un problema con l’apertura del paracadute al rientro. Andò meglio a Able e Baker, lanciate nel 1959. Sperimentarono le bellezze di un breve volo in assenza di gravità e tornarono sulla Terra in buone condizioni. Purtroppo, Able morì quattro giorni dopo per complicazioni con l’anestetico, mentre Baker godette di lunga vita e sopravvisse fino al 1984. Così come Ham, lo scimpanzé che nel 1961 vene mandato in orbita con un razzo Mercury, aprendo la strada al successo di Alan Shephard, che qualche mese dopo divenne il primo astronauta americano nello spazio. Ham divenne una star allo zoo di Washington, dopo restò fino al 1980, per essere poi trasferito in un altro zoo nella Carolina del Nord, dove morì tre anni dopo.

Primati spaziali

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Altri animali hanno raggiunto primati di grande rilievo. Veterok e Ugolyok furono gli esseri viventi che vissero più a lungo nello spazio fino all’inizio del programma Skylab, i primi moduli abitabili americani, antenati delle stazioni spaziali. Vissero 22 giorni in orbita e ritornarono sani e salvi sulla Terra. Una tartaruga fu invece, nel 1968, il primo essere vivente a viaggiare intorno alla Luna a bordo di una capsula sovietica. Ammarò sulla Terra, dove venne recuperata. E poi conigli, topi – tantissimi – ma anche ragni, moscerini della frutta e una miriade di microbi: la NASA ha utilizzato un gran numero di animali per i propri esperimenti sull’abitabilità dello spazio, tutti rientrati sani e salvi (non si garantisce per i moscerini e i microbi).

I nostri compagni di viaggio sulla grande nave Terra hanno condiviso con noi le grandi tappe dell’esplorazione spaziale. Alcuni non ce l’hanno fatto, come non ce l’hanno fatta molti astronauti che hanno sacrificato la loro vita sull’altare della scienza: dai tre membri dell’Apollo 1 bruciati vivi nella loro capsula durante un'esercitazione, agli equipaggi degli Shuttle Challenger e Columbia, arsi nell’atmosfera nel 1986 e nel 2003. Senza contare tanti altri astronauti sovietici nei primi anni del programma spaziale. Oggi né la NASA né l’ESA mandano più scimmie nello spazio, non ce n’è più bisogno. Ma i nuovi paesi che si affacciano verso l’orbita terrestre hanno ancora bisogno di testare l’abitabilità delle loro capsule prima di inviarci astronauti umani. Sperando che la causa sia quella giusta e nobile della scienza, e non piuttosto quella della sperimentazione militare.