Sembra quasi che proprio non ce la facciamo a farne una giusta. Il nuovo report Greenpeace “Throwing away the future: how companies still have it wrong on plastic pollution ‘solutions”, evidenzia l’inutilità delle soluzioni che le aziende stanno trovando per contrastare l’utilizzo della plastica. Dalla carta al biodegradabile, vediamo insieme quante falsità ci stanno raccontando non permettendoci di fare la nostra parte per salvare il nostro futuro, e il nostro Pianeta.

L’incubo plastica è stato ormai accertato, plastica per le confezioni, plastica per gli indumenti, plastica in mare, plastica negli alimenti, microplastiche nel nostro organismo, insomma, stiamo vivendo una vera e propria ‘life in plastic’, e non è una bella notizia. La plastica infatti è un materiale davvero molto utile e resistente, che però è molto dannoso per l’ambiente, dove lo disperiamo perché siamo incivili.

Presa coscienza dell’impatto negativo della plastica, e di come questo materiale sia cambiato agli occhi dei consumatori che oggi qualche dubbio sul suo utilizzo iniziano ad averlo, le aziende, pilotate dalle richieste del marketing, hanno iniziato a mettere in produzione nuove confezioni spacciate per ‘sostenibili’, fatte di materiali biodegradabili o di carta. E quindi adesso siamo tutti contenti? No. Per niente.

Come spiega il report di Greenpeace infatti le soluzioni offerte sono solo false opzioni ‘sostenibili’ e vediamo perché:

  • Carta, la produzione di imballaggi in carta è una soluzione non sostenibile poiché richiede l’aumento dell’abbattimento di alberi per la produzione del materiale, con conseguenze sugli ecosistemi e il clima (la lotta contro la carta l’abbiamo già iniziata anni fa)
  • Bioplastiche, avete presente i packaging monouso che sono fatti per il tot% di bioplastica? Ecco questi vengono promossi come ‘eco’, ‘bio’ o ‘green’, ma non lo so sono poiché una percentuale minima, il 30%, dell’imballaggio è fatto di bioplastica, il resto è plastica tradizionale. E non finisce qui. Greenpeace fa sapere che la plastica a base biologica proviene per lo più da colture agricole che sfruttano il suolo e aumentano le emissioni di CO2 (quindi sono inquinanti), biodegradabile non vuol dire ‘puoi abbandonarlo in spiaggia che tanto tra poco scompare senza inquinare’, ma semmai che in determinate conduzioni di umidità e temperatura, raramente presenti in natura, possono biodegradarsi, e infine compostabile non vuol dire che con quella plastica ti fai il compost in casa, ma che quella plastica è fatta per decomporsi in specifici impianti industriali e spesso, in realtà, finisce nelle classiche discariche.
  • Riciclo, per anni ci hanno chiesto di riciclare cercando di convincerci che così avremmo risolto il problema della plastica. La verità è che più del 90% della plastica prodotta dagli anni ’50 ad oggi non è mai stata riciclata ed oggi recuperare è praticamente impossibile. Solo il 31% dei rifiuti raccolti nel 2016 è stato davvero riciclato e solo il 7% delle bottiglie raccolte per il riciclo sono state trasformate poi in altre bottiglie. Il costo del riciclo della plastica è più alto di quello della produzione da zero, quindi riciclare non significa che poi quella plastica verrà davvero riutilizzata.
  • Riciclo chimico, questo tipo di riciclo sfrutta la gassificazione e la pirolisi per permettere il riutilizzo della plastica, ma gli impianti in grado di attivare questa procedura sono pochi e non si conosce che impatto hanno realmente sull’ambiente. Eppure le multinazionali più grandi di alimenti e bevande promuovono queste tecnologie investendo, insieme alle compagnie petrolchimiche, in start-up proprio di riciclo chimico.

È chiaro che ci troviamo di fronte ad una situazione imbarazzante in cui la guerra alla plastica è diventata solo un altro pretesto per guadagnare a spese nostre. Eppure soluzioni davvero sostenibili esisterebbero.