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Lo scorso aprile due grossi terremoti hanno scosso l’Oceano indiano. Allarme tsunami, poi rientrato, che ha riportato alla memoria la spaventosa tragedia del 26 dicembre 2004, quando un terremoto di magnitudo superiore al 9° Richter ha generato il più potente maremoto da alcuni secoli a questa parte, provocando oltre duecentomila vittime. I due eventi, spiegano ora i sismologi, potrebbero essere collegati. In particolare, tre studi pubblicati sull’ultimo numero di Nature dimostrerebbero che la placca tettonica Indo-Australiana starebbe fratturandosi, come già le teorie sostenevano fin dagli anni ’80. I terremoti dell’11 aprile 2012, di magnitudo superiore, in entrambi i casi, all’8° Richter, costituirebbero “il più spettacolare esempio” di fratturazione in corso, secondo Matthias Delescluse, geofisico dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi, primo autore di uno dei paper.

La deriva dei continenti – Una notizia non proprio positiva che però farebbe la gioia di Alfred Wegener, il geologo di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita, padre della teoria – allora contestata – della deriva dei continenti, che dimostrò che i continenti di oggi non hanno avuto la stessa posizione né la stessa forma in passato. La “deriva” procede infatti anche ora, come conseguenza dell’azione del magma delle viscere della Terra, sul quale galleggiano i continenti del pianeta. Secondo le attuali teorie della tettonica a placche, la placca Indo-Australiana iniziò a deformarsi intorno ai 10 milioni di anni fa. In quel periodo, spostandosi da sud a nord, la placca andò a spingere sulla placca Euroasiatica, all’altezza dell’attuale India, producendo l’innalzamento prodigioso della catena dell’Himalaya. Ma la parte australiana della placca spinge nell’altra direzione, producendo una tensione che la sta letteralmente spaccando in due.

Terremoto intraplacca – Il modello utilizzato dagli studiosi convince gli altri sismologi. In effetti, imputare al solo terremoto del 2004 la responsabilità degli ultimi eventi sismici è riduttivo. “Devono esserci state altre tensioni”, sostiene Gregory Beroza della Stanford University. Tensioni strutturali, dunque, facenti parte del fenomeno definito “deformazione intraplacca”, che produce terremoti non ai margini ma all’interno di una stessa placca. I due terremoti dello scorso aprile hanno prodotto, nello specifico, una complessa frattura lungo ben quattro linee di faglia, che hanno subito spostamenti significativi: la prima faglia si è spostata di circa 36 metri, la seconda di nove metri, la terza di 25 metri e la quarta si è abbassata di sette metri. Fenomeni estremamente violenti che non si verificano spesso. Secondo uno degli autori dello studio, Keith Koper, si tratta del “più grande terremoto intraplacca di cui si abbia una registrazione sismica”, e non verrà certo da solo: “Ci vorranno milioni di anni per formare un nuovo margine di placca e, molto probabilmente, ci vorranno migliaia di simili terremoti di grandi dimensioni perché ciò accada”.