Su Marte ci arriveremo ibernati, questa è le teoria a cui stanno lavorando gli scienziati che stanno cercando di capire come far arrivare gli astronauti oltre la Luna senza danneggiare il loro corpo ed evitando gli stress legati ad un viaggio tanto lungo. A parlarci di questa possibilità è Debora Angeloni, insegnante di biologia molecolare alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, vediamo cosa ha raccontato l’ANSA.

Ibernarsi per andare nello spazio, ecco perché. Gli scienziati stanno cercando di capire come permettere agli astronauti di affrontare il lungo viaggio verso Marte che le agenzie spaziali di tutto il mondo stanno sognando: bisogna considerare infatti che queste missioni implicheranno effetti importanti sul corpo dei ‘viaggiatori spaziali’ che sono simili a quelli dell’invecchiamento. E quindi come potremo mandare gli astronauti su Marte? Con l’ibernazione.

Ispirarsi agli animali per indurre il sonno profondo. Più che all’ibernazione vera a propria, ciò a cui stanno pensando gli esperti è il sonno profondo. Partendo dalla consapevolezza che molti animali d’inverno entrano in uno stato di torpore profondo che gli permette di rallentare il metabolismo e di non aver bisogno di cibo, gli scienziati si sono chiesti se l’induzione del sonno profondo potesse essere una possibilità plausibile anche per gli astronauti. Il sonno profondo permetterebbe infatti di evitare la necessità di cibo, di ridurre i rifiuti e di evitare eventuali conflitti tra gli astronauti legati all’ambiente confinato in cui si ritroveranno. “Il sonno profondo sarebbe una soluzione molto pratica, ma la fisiologia umana è ancora largamente di ‘intralcio' e gli studi sono ancora in fase iniziale”, spiega l’Angeloni. Ma i limiti ai viaggi spaziali non finiscono qui.

La microgravità e gli altri limiti per Marte. Per quanto la NASA stia lavorando duramente per rispettare il suo obiettivo di portarci sul Pianeta Rosso entro il 2033, va detto che ad oggi, oltre a quelli del sonno profondo, esistono altri limiti, tra questi la microgravità. Gli effetti della microgravità su massa ossea e muscolare, su colonna vertebrale e circolazione stanno portando gli esperti a capire come evitare eventuali danni. Proprio in quest’ambito ha lavorato la Angeloni che ha portato 5 milioni di cellule umane sulla Stazione Spaziale per osservarne eventuali cambiamenti: “Abbiamo visto che nello spazio queste cellule cambiano nella forma e di conseguenza sono meno performanti”. Insomma la strada è ancora lunga, ma gli esperti sono al lavoro.