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Marijuana, un rimedio naturale contro la depressione

Il THC era stato già indicato in passato come un ansiolitico, ma ora come allora si impone prudenza: la marijuana potrebbe indurre l’organismo a produrre meno endocannabinoidi e quindi a creare una vera e propria dipendenza.
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A cura di Redazione Scienze
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Proseguono in tutto il mondo – e specie negli Stati Uniti – gli studi che indagano gli effetti benefici della marijuana. L'ultimo, in ordine cronologico, viene dal Research Institute of Addiction di Buffalo ed è stato pubblicato sul The Journal of Neuroscience. Secondo i ricercatori, il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) contenuto nella marijuana aiuta a curare la depressione dovuta a stress cronico. E' questa, infatti, una delle principali cause della depressione, poiché, riducendo la produzione di endocannabinoidi, influisce direttamente sull'umore. Lo studio addiviene agli stessi risultati a cui giunsero, un anno fa, i ricercatori del Vanderbilt University, nel Tennessee (Usa). Samir Haj-Damhane, uno dei ricercatori a capo dello studio dell'istituto di Buffalo, ha però avvertito che "la nostra ricerca fino ad ora ha usato modelli animali; c'è ancora molta strada da fare prima di sapere se possa essere efficace sugli essere umani. Comunque, abbiamo visto che alcune persone che hanno sofferto di stress post-traumatico hanno trovato sollievo usando la marijuana".

La cannabis per scopi terapeutici è legale in 23 stati degli Usa soprattutto per il trattamento di sclerosi multipla e glaucoma, ma anche per altre malattie di natura neurologica come l'epilessia. In passato un'altra qualità benefica attribuita alla marijuana è stata quella di accrescere la capacità insulinica e, quindi, di combattere il diabete. La "scoperta" scientifica delle proprietà medica della cannabis – ma spesso si tratta più che altro di conferme – ha contribuito a giustificare a Los Angeles l'uso di veri e propri distributori automatici di marijuana, a cui però è possibile accedere solo ed esclusivamente attraverso una tessera magnetica distribuita soltanto ai pazienti a cui ne è stato prescritto il consumo.

Tuttavia si impone prudenza e l'invito a non sottovalutare gli effetti collaterali viene sempre dalla comunità scientifica. Già i ricercatori della Vanderbilt University, che introdussero l'ipotesi della cannabis come ansiolitico, suggerirono che l'organismo, compensando la mancanza di endocannabinoidi naturali con quelli provenienti dalla cannabis, poteva esserne indotto a produrne ancora meno, avviando il soggetto ad una spirale di dipendenza. Un pericolo che sarà preso in considerazione anche dai ricercatori di Buffalo nel momento in cui comincerà la sperimentazione sull'uomo. Del resto già nel 2011 uno studio olandese dimostrò che la cannabis accrescere il rischio di depressione nei soggetti con predisposizione genetica.

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