alan turing macchine

Siete seduti in una stanza e avete davanti a voi un computer. State chattando con due persone che non conoscete, ma di cui avete almeno un’informazione: una dei due è una donna, l’altra è un uomo. C’è però un problema: uno dei due vuole trarvi in inganno sulla sua identità. Ciò renderà assai difficile capire chi dei due sia la donna e chi l'uomo, anche se l’altra persona farà di tutto per aiutarvi, assicurandovi di essere A o B. Ma, per quanto giuri e spergiuri, non è detto che non stia imbrogliando. Questo gioco fu presentato nel 1950 sulla rivista Mind a firma di Alan Turing, che lo chiamò “gioco dell’imitazione”. Oggi è noto come “test di Turing”, e si basa su un presupposto più interessante: al posto dell’interlocutore anonimo e bugiardo della chat, mettiamo un computer. Quanto ci vorrà perché, parlandoci, vi rendiate conto che dall’altra parte non c’è un essere umano, ma una macchina? Questa è la grande sfida lasciataci in eredità da Alan Turing e ancora non risolta a cento anni dalla sua nascita, il 23 giugno 1912.

La logica di Alan Turing

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Geniale, innovativo, ironico ed eccentrico, Turing era inglese; aveva compiuto brillanti studi di matematica a Cambridge, specializzandosi nel campo della logica. I suoi straordinari progressi vennero messi al servizio dell’intelligence britannica negli anni della guerra: Turing fu tra i migliori decrittatori di codici segreti nazisti, e diede un contributo importante alla vittoria degli Alleati, semplicemente sedendo all’interno di una stanza piena di macchine ticchettanti. Nel dopoguerra si dedicò agli studi sulle macchine e fu pioniere dell’informatica e della cibernetica, che non esisterebbero probabilmente senza di lui. Il governo inglese fu tuttavia molto poco riconoscente nei confronti di quel suo figlio così dotato: arrestato con l’accusa di omosessualità, fu sottoposto a castrazione chimica, con gravi conseguenze sul suo fragile equilibrio psichico. Nel giugno 1954 addentò una mela nella quale aveva iniettato un veleno, e morì. Aveva appena 41 anni.

Gli sviluppi dell’informatica e della cibernetica hanno superato di gran lunga le sue più rosee aspettative, ma resta ancora una sfida da vincere: quella del test di Turing. Può un’intelligenza artificiale ingannare un uomo al punto da convincerlo di non essere una macchina, ma un essere pensante? Insomma: “Le macchine possono pensare?”. Così Alan Turing apriva il suo articolo Computing Machinery and Intelligence del 1950, in un’epoca in cui una domanda del genere suonava come pura fantascienza. Allora, Turing pensava che un buon metodo per dimostrare l’intelligenza di un computer fosse quello di creare un computer capace di battere a scacchi un campione. Lui stesso era un ottimo giocatore di scacchi e con un amico e collega molto dotato, David Champernowne, realizzò nel 1951 il primo programma artificiale per il gioco degli scacchi, il Turochamp. Ma fu facilmente sconfitto dall’informatico Alick Glennie.

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Nel 1980, tuttavia, per la prima volta il test di Turing nel gioco degli scacchi fu superato dal programma BELLE: nel corso di un campionato di 26 partite, il maestro Helmut Pfleger ignorava che in tre di esse il programma si era sostituito al giocatore umano, e in una di essere Pfleger fu sconfitto. La ricostruzione della partita fu poi sottoposta allo stesso maestro e ad altri due campioni, Korchnoi e Kasparov, mescolata con altre partite giocate da avversari umani: solo Kasparov riuscì a identificare la partita giocata dal computer. Tuttavia, nel 1996, lo stesso Garij Kasparov, detentore del titolo di campione mondiale, fu sconfitto nel corso di una storica partita dal programma DEEP BLUE sviluppato dalla IBM.

Imitare il linguaggio umano

Turing aveva fatto troppo affidamento sugli scacchi come “simbolo” dell’intelligenza umana: in realtà, riproducendo processi logici ripetibili, gli scacchi sono facilmente giocabili da banali intelligenze artificiali come i programmi dei giochi che abbiamo sui nostri personal computer e su Internet. La vera sfida del test di Turing consiste oggi nell’avere una macchina capace di comprendere le sfumature del linguaggio e di riuscirle a replicare in modo originale: per questo gli studi in questo settore si stanno concentrando sulla semantica e la logica del linguaggio. Sulla Rete esistono già molte intelligenze artificiali con cui si può giocare al test di Turing, ma dopo qualche domanda banale l’interrogatore umano non avrà difficoltà a svelare la debolezza della macchina, le cui risposte sono sostanzialmente preconfezionate.

Ci si potrà chiedere che senso abbia voler realizzare una sofisticata A.I. (l’acronimo dell’inglese artificial intelligence) che superi il test di Turing. L’intenzione non è tanto quella di costruire androidi replicanti come quelli del film Blade Runner, che venivano sottoposti a versioni molto più complesse e stringenti del test di Turing dal cacciatore di androidi interpretato da Harrison Ford; quanto quella di realizzare software in grado di rispondere in modo intelligente alle query di operatori umani. È questo l’ambito di frontiera a cui lavorano aziende come Google, impegnate nel rinnovare i propri motori di ricerca affinché possano rispondere a domande precise da parte degli internauti, piuttosto che lavorare sulla base di parole chiave. La prospettiva è che sia possibile scrivere su Google domande come: “Chi era imperatore a Roma nell’anno 186?” e ricevere una risposta precisa corredata da pagine che riportano il dato. E naturalmente, gli scienziati vorrebbero intelligenze ancora più complesse, che invece di essere programmate faticosamente, siano già in grado di rispondere a domande come: “Calcola la quantità di stelle che saranno presenti nella nostra galassia tra quattro miliardi di anni”. Computer come quelli di Star Trek, insomma, con i quali si può dialogare come con un normale essere umano, e che siano quindi in grado di ingannarci sulla loro capacità di pensare, come sperava Alan Turing.