In verità, non ho neppure il tempo di andare a fare la spesa”. Anche se la fase 1 è alle spalle, il lavoro di Pier Luigi Lopalco, professore ed epidemiologo dell’Università di Pisa a capo della task force pugliese per l’emergenza coronavirus è tutt’altro che finito. Con la ripartenza, si discute delle tante problematiche legate a questa nuova era di convivenza con il virus perché, se da un lato gli indicatori mostrano una situazione sotto controllo, dall’altro c’è la preoccupazione che, dopo 70 giorni di lockdown, la corsa alla normalità possa vanificare gli sforzi fatti finora.

Allora Professore, qual è la sua impressione su questa seconda fase 2?

Non sono stato in giro perché impegnato in ufficio tutto il giorno, ma dalle informazioni di chi è uscito un po’ qui a Bari e dalle tante fotografie, l’impressione del “liberi tutti” è molto diffusa, soprattutto tra i giovani. Forse perché non percepiscono il rischio o magari si sentono invulnerabili ma, effettivamente, dappertutto ci sono raggruppamenti, capannelli di persone a davvero poca distanza l’una dall’altra, praticamente a contatto fisico, e senza mascherina. Questa percezione c’è tutta, inutile nasconderlo.

Il Prof. Pier Luigi Lopalco
in foto: Il Prof. Pier Luigi Lopalco

Tutto questo fermento non la spaventa?  

Più che altro mi preoccupa e chiaramente fa sì che le nostre attività di sorveglianza debbano essere il più specifiche e sensibili possibile. In questo momento, la circolazione del virus nella nostra regione è molto bassa ma ciò non significa che non esista, comunque c'è. Bisogna tra l’altro capire – e questo è un elemento di conoscenza che ancora non abbiamo – qual è il ruolo di questi capannelli per la strada e all’aria aperta nella trasmissione del virus.

Sulla trasmissione c’è un’analisi svolta su oltre 1.500 dipendenti di nove aziende venete rimaste aperte (tranne una) durante la seconda metà della fase 1 perché attività essenziali. Al momento del tampone, in 4 sono risultati positivi mentre il test sierologico ha indicato che il 3,5% aveva già contratto l’infezione, rimanendo però asintomatico e superando la malattia con lo sviluppo di anticorpi. Cosa indicano questi dati?  

Avere 4 persone positive significa che comunque il virus è entrato in quella comunità mentre per le altre positività sierologiche, che indicano un contatto passato con il virus, bisogna capire se sono state sviluppate all’interno dell’azienda o fuori. Purtroppo è un po’ complicato stabilirlo, considerando che in Veneto c’è stato un periodo in cui la circolazione del virus era abbastanza sostenuta, per cui un certo livello di sieropositività è abbastanza atteso. Non verificandosi però un’epidemia evidente, è molto probabile che le misure di protezione nell’azienda siano state rispettate.

Oltre a fabbriche e negozi, sono tornate pure uscite e passeggiate, anche se con il timore che possa esserci un prezzo da pagare. La ripartenza è stata necessaria perché la solitudine e l’isolamento rischiavano di renderci depressi ma anche più poveri?

Su questo non c'è dubbio.  Come dire… est modus in rebus, c’è una misura nelle cose. Si può riprendere un’attività sociale senza incontrarsi in cinquanta davanti a un bar; si può far riprendere l’attività economica, per esempio, andando in un ristorante in maniera ordinata. Credo che in questa situazione ci voglia un po’ di prudenza perché il rischio di una ripresa di forza e circolazione del virus esiste, non lo possiamo negare. Avere un atteggiamento di negazione nei confronti del potenziale rischio è un po’ un sintomo di incoscienza.

Da epidemiologo, cosa raccomanda?

Come epidemiologo, cioè come persona che si preoccupa della diffusione di microrganismi all’interno delle popolazioni, il mio sentimento è semplice. Per bloccare la circolazione di questo genere di virus bisogna diminuire i contatti tra le persone e, soprattutto, il numero e l’efficienza di questi contatti. Dobbiamo quindi continuare ad avere la nostra socialità ma cercare di farla in piccoli gruppi, magari sempre con le stesse persone perché, se partiamo con il rimescolamento sociale, il cosiddetto mixing sociale, non facciamo altro che ridare forza al virus. E poi è importante, anzi importantissimo, l’uso della mascherina. Quando ci si trova in un ambiente chiuso, indossarla dovrebbe essere un atto di buona educazione.

Mascherina, quale? Ffp2, Ffp3 o le chirurgiche?

Basta una mascherina chirurgica. O, se non ci sono sintomi e per esempio andiamo al supermercato, va benissimo anche la cosiddetta mascherina di comunità, quella artigianale. L’importante è avere naso e bocca coperti. Già questo riduce la probabilità di circolazione del virus.

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