Nonostante numeri del contagio che nelle regioni più colpite dal coronavirus non sono poi tanto diversi da quelli per cui era stato dichiarato il lockdown nazionale, la fase 2 è partita tra sollievo ma anche qualche malumore. Il blocco è finito ieri (sono tornati al lavoro quasi 4,4 milioni di italiani e in migliaia hanno raggiunto residenze o domicili fuori regione) ma non per tutti. Con le scuole e gran parte dei negozi e uffici chiusi, il ritorno alla quasi normalità è stato abbastanza ordinato, con il rischio che questa prima riapertura possa scatenare una nuova ondata di contagi. Una grossa incertezza con cui, tuttavia, si è comunque passati alla fase 2. Perché? Lo abbiamo chiesto al prof. Federico Ricci Tersenghi, ordinario di Fisica Teorica e Computazionale all’Università “La Sapienza” di Roma.

Allora prof., con numeri che in regioni come Lombardia e Piemonte sono paragonabili a quelli dell'inizio dell'epidemia, perché è scattata la fase 2? 

“In termini di numeri assoluti ufficiali, la differenza tra i dati non è grande ma è fondamentale capire che, quegli stessi numeri che prima indicavano una crescita esponenziale del contagio, con casi positivi che quotidianamente aumentavano di una percentuale fissa intorno al 30%, oggi diminuiscono nell’evoluzione temporale. C’è anche da dire che, all’inizio dell’epidemia, i numeri erano fortemente sottostimati”.

“Retrospettivamente, dalla stima corretta del tasso di letalità che ci ha permesso di ricostruire la curva epidemiologica, calcoliamo che il numero di persone contagiate dal virus sia stato circa 10 volte più alto dei dati ufficiali forniti dalla Protezione Civile in quel periodo. Oggi, il fattore di sottostima dovrebbe essere un po’ più piccolo anche se non è chiaro, perché i dati pubblici non sono sufficienti a stimare correttamente questo aspetto. Sicuramente, rispetto alla prima settimana di marzo, i numeri decrescono esponenzialmente nel tempo, e questo è il punto fondamentale che permette di riaprire”.

Come potremo convivere con il virus? 

“Non dobbiamo fare l’errore di abbassare la guardia. Serve adottare da subito comportamenti virtuosi, cioè tutti quei comportamenti individuali protettivi, facendo quindi attenzione all’igiene, lavandosi spesso le mani, indossando le mascherine, soprattutto nei luoghi chiusi, e rispettando il distanziamento sociale. D’altra parte, le istituzioni dovranno fare una parte importantissima e, in questo senso, sarà fondamentale tenere sotto controllo l’epidemia, identificando le persone che sono infette ma che non hanno ancora manifestato i sintomi della malattia. La sola applicazione non sarà sufficiente perché, se da un lato potrà dare un suggerimento sulle persone potenzialmente infette, dall’altro servirà essere veloci nel controllare i nuovi casi e identificare i contatti, soprattutto nei luoghi dove si possono contagiare facilmente non una o due persone, ma anche venti o cinquanta, come nei luoghi di lavoro. Se non riusciremo a fare questo, la riapertura sarà inevitabilmente un modo per far ripartire il virus e ritrovarsi a breve con una situazione difficile da gestire”.

Eppure, tra pareri discordanti, oltre 4 milioni di persone sono tornate sul posto di lavoro. Cosa ci aspetta? 

“Sulla riapertura, l’opinione non è condivisa perché, ovviamente, con imprese chiuse e persone che non stanno lavorando, ne è derivato un danno economico. Per questo motivo, vorrebbero tornare ad aprire più velocemente rispetto a chi, invece, ha lavorato anche in condizioni di lockdown. Sicuramente, riaprire in corsa e male sarebbe dannoso per le stesse imprese e per chi insiste per farlo velocemente perché, provocare un secondo lockdown, costerebbe più di rimanere chiusi un po’ più a lungo. Quello che si sta proponendo, al momento, è riaprire bene, all’interno di una pianificazione. In questi termini, sarebbe stato meglio un piano nazionale anziché venti piani regionali che specificano i criteri di controllo dell’epidemia senza che però sia chiaro come questi parametri debbano essere tenuti sotto controllo. Cosa ci aspetta, ce lo diranno questi indicatori, ammesso che i dati vengano resi pubblici perché, al momento, arrivano tardi, male e sottostimati. Ed è da tempo che chiediamo la trasparenza che oggi manca”.

“Basterebbe mettere su una macchina di controllo, tracciamento e trattamento delle persone con test adeguati. Oggi si fanno tamponi soltanto per dichiarare una cosa che è già nota, cioè per verificare che le persone sintomatiche hanno la malattia, e in questo modo non si aumenta la quantità di dati in nostro possesso. Se invece venissero fatti in modo diverso, per identificare chi è infetto o meno, potremmo guadagnare informazioni e fermare l’epidemia. Ad esempio, anche in Corea del Sud, dove ci sono capacità di testing elevatissime, non hanno mai fatto più test di quanti ne siano stati fatti in Italia, eppure sono arrivati a farli alle persone giuste e in tempi veloci. In Cina, a Wuhan, dove invece non c’era questa capacità di testare tutte le persone, hanno adottato la quarantena centralizzata per evitare la diffusione del virus”.

Il prof. Federico Ricci Tersenghi
in foto: Il prof. Federico Ricci Tersenghi

“Più che la quantità di tamponi, è quindi fondamentale la qualità e la velocità dei test. Se poi, in alcune regioni non c’è la capacità di farli in questo modo, si dovrà usare la quarantena intelligente per cui, se esiste la probabilità significativa che una persona sia infetta ma non si riesce a testarla in tempi brevi, questa andrebbe intanto posta in isolamento in un luogo diverso dal proprio domicilio, dove le persone potenzialmente infette possano essere testate un po’ per volta. In ogni caso, nel Decreto del 30 aprile, l’abilità di testare tempestivamente tutti i casi sospetti fa parte degli standard minimi per il passaggio alla fase 2. I criteri dunque ci sono, il problema è che non è chiaro chi dovrà verificare questi parametri, come non è chiaro se i dati che sostanziano la concessione della riapertura saranno pubblici. Come detto, servirebbe più trasparenza, soprattutto per i cittadini, perché riaprire senza la dovuta sicurezza vuol dire fare un passo estremamente rischioso”.

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