Un’alga per contrastare la cecità
in foto: Un’alga per contrastare la cecità

Grazie al consenso ottenuto dalla Food and Drug Amministration, l'ente governativo americano che regola i prodotti farmaceutici e alimentari allo scopo di proteggere la salute dei consumatori, la RetroSense, un'azienda specializzata nel settore delle biotecnologie, potrà presto testare un nuovo prodotto il cui obiettivo è aiutare le persone non vedenti a riacquistare la vista. Se gli esperimenti dovessero portare ai risultati sperati, ci troveremmo di fronte ad una scoperta decisamente rivoluzionaria.

Responsabile di questa svolta è la Chlamydomonas reinhardtii, un'alga eucariote unicellulare microscopica che vive in acqua dolce dalla quale è possibile estrarre una proteina fotosensibile, la Channelrhodopsin-2, che reagisce agli stimoli luminosi e riesce a formare un legame con il nostro cervello. Questa proteina permette all'alga di captare la luce del sole in modo da raggiungerla e convertirla in energia attraverso la fotosintesi e fa parte della famiglia della rodopsina, una proteina che si trova nella retina dell'uomo che ci permette di vedere il bianco e il nero, oltre che di percepire la luce.

La Channelrhodopsin-2 non è nuova alla comunità scientifica, in passato i neuroscienziati erano infatti riusciti ad utilizzarla per rendere i neuroni reattivi alla luce, cosa che normalmente non avviene. Questo è stato però possibile grazie all'optogenetica, una scienza che mette insieme l'ottica e la genetica innescando un potenziale d'azione nei neuroni stessi.

La RetroSense, ottenuto il consenso della FDA, si prepara ora ad unire tutti questi tasselli scientifici per testare, attraverso l'optogenetica, la Channelrhodopsin-2 su 15 pazienti non vedenti a causa di una malattia genetica dell'occhio, la retinite pigmentosa che, nelle prime fasi, porta a cecità notturna.

L'idea di base consiste nell'iniettare copie della Channelrhodopsin-2 nei neuroni della retina che normalmente non sono sensibili alla luce, per far sì che invece lo diventino. Quanto verrà sperimentato non porterà i pazienti a vedere nel vero senso della parola, ma, almeno in una fase iniziale, a percepire la luce.