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La dura vita dell’astronauta

Tra i mestieri più desiderati da grandi e piccini, quello dell’astronauta è anche tra i più duri al mondo. E la percentuale di morti sul lavoro resta tra le più alte.
A cura di Roberto Paura
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Il rientro del razzo spaziale Soyuz

Nei giorni scorsi la NASA ha lanciato una nuova selezione per una categoria di figure professionali davvero particolare: gli astronauti. Come già per quelli europei e italiani – gli ultimi selezionati di casa nostra, Samantha Cristoforetti e Luca Salvo Parmitano, inizieranno a volare nel 2013 – i requisiti non sono così stringenti: per candidarsi basta una laurea in ingegneria o in scienze e almeno tre anni di rilevante esperienza professionale. Chi spera di mettersi alla guida delle astronavi dovrà naturalmente possedere un brevetto e una solida esperienza di volo, preferibilmente su aerei di linea o magari addirittura jet militari. Anche in questi tempi di crisi dei programmi spaziali, gli aspiranti saranno in tanti. Ma pochi sanno che la professione dell’astronauta è tra le più dure e rischiose in assoluto.

Incidenti sul lavoro

Il training dell’aspirante astronauta è durissimo, e punta a temprare mente e fisico per le difficili missioni nell’ambiente più ostile in assoluto per l’uomo: lo spazio. Lì dovrà affrontare l’assenza di gravità e la minaccia delle radiazioni cosmiche, oltre a tutta una serie di rischi imprevedibili, che vanno dal rischio di collisione con un insignificante frammento di spazzatura spaziale o di pulviscolo ai pericoli del decollo e del rientro delle navette. Secondo un calcolo, la possibilità di perdere la vita nel corso di una missione è del 7,5%: inaccettabile per qualsiasi altra professione.

challenger

Certo,si tratta di una percentuale che risente di pochi, tragici incidenti: quello dei due Space Shuttle, innanzitutto, il Challenger, esploso al decollo nel 1986 uccidendo tutti i sette membri dell’equipaggio, e il Columbia, esploso al rientro nel 2003, con la perdita, anche il quel caso, di tutti i sette astronauti a bordo. Nel 1967, inoltre, l’equipaggio dell’Apollo 1 perse la vita in un incendio che distrusse la navicella nel corso di un’esercitazione. Inoltre, l’Unione sovietica perse – ufficialmente – quattro cosmonauti nei primi anni della corsa allo spazio. Nel corso degli anni, la percentuale di incidenti è diminuita e il rischio oggi risulta significativamente più basso. Ma tutti gli astronauti sanno che ogni missione può essere l’ultima.

Gli equipaggi della Stazione spaziale internazionale vivono in un ambiente più confortevole di quello condiviso dagli astronauti delle prime stazioni, le Salyut sovietiche e gli Skylab americani fino alla storica Mir. Tuttavia, anche lì i rischi non sono pochi: diverse volte, il pericolo di un impatto della ISS con frammenti nell’orbita bassa ha costretto gli astronauti a ritirarsi nelle due capsule di salvataggio Soyuz ancorate alla Stazione; ma per fortuna, in nessun caso è stato necessario procedere con l’evacuazione.

Lavori usuranti

La morte in un incidente resta però solo uno dei tanti pericoli dello spazio. Le radiazioni cosmiche, capaci di danneggiare inesorabilmente le cellule umane, sono sufficientemente innocue nell’orbita terrestre, soprattutto grazie alla protezione offerta dalle paratie della ISS e dagli scafi delle navicelle. Ma costituiranno un problema di estrema gravità per una futura missione umana su Marte: nello spazio interplanetario, infatti, l’effetto letale delle radiazioni è aumentato. Le stime parlano di un rischio che varia dal 3 al 30% di contrarre un tumore a causa delle esposizioni ai raggi cosmici nel corso di un viaggio verso Marte.

Quella dell’astronauta può senz’altro rientrare tra le professioni “usuranti”. L’assenza di gravità comporta un forte rischio di osteoporosi e debolezza muscolare, a cui gli astronauti cercano di compensare con un duro allenamento pre e soprattutto post-missione. Ma c’è anche un altro rischio connesso alla permanenza nello spazio: è stato infatti accertato che gli astronauti hanno una maggiore possibilità di contrarre la cataratta. La cataratta, cioè la perdita della trasparenza del cristallino, è un problema legato alla vecchiaia, ma negli astronauti è alto il rischio di soffrirne in età meno sospette. Ciò è dovuto al fatto che l’esposizione alla radiazione cosmica comporta un deterioramento del cristallino. Già nel corso delle prime missioni Apollo, gli astronauti riferirono di un curioso fenomeno: pur con gli occhi chiusi, di solito durante il riposo, “vedevano le stelle”, ossia degli strani lampi di luce. Venne successivamente accertato che quei lampi erano raggi cosmici; gli astronauti della ISS li vedono spesso quando chiudono gli occhi, e i loro effetti – pur fortemente attenuati dalla difesa dello scafo – possono alla lunga essere deleteri.

Professione astronauta: i pro e i contro

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Non c’è da stupirsi se, alla luce di tutto ciò, un calcolo effettuato da alcuni esperti indica che la possibilità di sopravvivenza degli astronauti in una futura missione su Marte è, a oggi, inferiore al 50%, mentre la possibilità che l’intera missione, della durata di un anno e mezzo, si concluda con successo, è intorno al 10%. Pochi, a queste condizioni, sarebbero disposti a lanciarsi nell’impresa, e di sicuro nessuna agenzia spaziale è intenzionata a scommettere cifre esorbitanti con queste possibilità di successo. Quello che è certo, dunque, è che bisogna attendere un potenziamento delle tecnologie: ridurre i tempi di viaggio, innanzitutto, per ridurre il tempo di esposizione alla radiazione cosmica; trovare soluzioni per simulare la gravità all’interno di astronavi e stazioni spaziali; prevedere tutti i possibili pericoli che gli astronauti potranno incontrare nel viaggio e nel corso della permanenza sul pianeta rosso. Per questo, le nuove tecnologie saranno prima testate in voli di prova verso gli asteroidi e sulla Luna.

Ma c’è una nota positiva, alla fine di tutto questo. Se gli astronauti sopravvivono in buona salute al loro periodo di lavoro in orbita, avranno ottime chance di superare la speranza media di vita. Comparando un grafico che mostra la mortalità degli astronauti americani con quello dell’americano medio, ne deriva che il rischio di morte è più alto fino ai 45-50 anni, dopodiché di solito si superano agevolmente gli 80 anni. Il fenomeno è noto come healthy worker effect, e caratterizza tutti quei lavoratori scelti dopo un’attenta selezione per impieghi particolari. La “selezione naturale” delle prove fisiche a cui vengono sottoposti gli aspiranti astronauti fa infatti sì che solo i migliori, quelli che godono di una maggiore robustezza e salute fisica, vengono infine scelti per volare. E la loro salute superiore alla media, oltre a proteggerli dai rischi dello spazio, è tale da garantirgli anche una longevità superiore.

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