Prevenire l’infarto è possibile grazie ad una ‘firma’ nel nostro DNA che ci svela se siamo soggetti a rischio, questo è quanto sostengono gli scienziati italiani dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e del Policlinico Tor Vergata di Roma che hanno appena pubblicato uno studio attraverso il quale ci spiegano il perché della loro affermazione. Ecco cosa c’è da sapere sulla possibilità di prevenire l’infarto.

Infarto nel DNA. Gli scienziati hanno coinvolto un gruppo di pazienti con malattia coronarica stabile, quindi cronica e senza sviluppo di infarto e un gruppo di soggetti con malattia coronarica instabile, quindi con infarto acuto del miocardio. Analizzando il loro microRNA, cioè molecole di RNA che regolano l’espressione di un gene grazie alla quale possono regolare i processi biologici, sono riusciti a scoprire che nel sangue c’è un microRNA, il miR-423, che aveva livelli di espressione molto bassi nei soggetti con malattia coronarica dopo un infarto acuto del mio cardio, rispetto a quelli che invece avevano malattia coronarica stabile. “Il livello di espressione del miR-423, dosato negli stessi pazienti a 6 mesi dall’evento acuto (IMA), risaliva a livelli comparabili ai pazienti con malattia coronarica stabile, indicando che la sua espressione sia assolutamente specifica ed indicativa dell’evento acuto”, spiegano gli esperti.

A cosa serve questa scoperta. Grazie all’identificazione del microRNA, miR-423, gli scienziati ritengono di poter effettuare diagnosi precoci che aiutano a prevenire gli infarti e, di conseguenza, eventuali decessi a causa di questa condizione. Ovviamente lo studio dovrà essere approfondito e dovranno essere presi in considerazione anche altri soggetti per validare quanto scoperto in Italia, ma se i dati dovessero conferma quanto concluso ad oggi, un domani potremmo prevenire gli infarti ‘osservando’ il nostro RNA.

Infarto in Italia. La scoperta è molto importante se consideriamo che, in Italia, l’infarto miocardico è la prima causa di morte, che ogni anno nel nostro Paese colpisce circa 135.000 persone.