Forse non serve uno studio per rendersi conto che l'Italia non è un Paese green, o meglio, che non rientra tra le Nazioni che più al mondo si adoperano per intraprendere una strada rivolta alla riduzione dell'impatto a livello locale e nazionale. A darci però conferma della nostra poca sensibilità è il report relativo all'Environmental Performance Index, conosciuto più semplicemente come Indice di sostenibilità ambientale.

Nato nel 2002, l'EPI misura le prestazioni ambientali di 180 Paesi, è sviluppato dalla Yale University e dalla Columbia University e i dati raccolti vengono utilizzati dalle Nazioni Uniti per valutare gli obiettivi prefissati su scala mondiale, come ad esempio quelli previsti dal nuovo accordo internazionale stipulato al COP21 di Parigi.

L'indice viene calcolato sulla base di 20 indicatori, suddivisi tra 9 gruppi che, a loro volta, sono raggruppati in due aree, una dedicata alla salute dell'essere umano e l'altra alla cura dell'ecosistema.

Tra i 180 Paesi, l'Italia ad oggi si trova in 29esima posizione. Un risultato che però varia a seconda dell'indicatore. Ad esempio, il nostro Paese ha ottenuto buoni risultati per quanto riguarda la biodiversità e la protezione di specie animali a rischio (14esima posizione) e l'accessibilità all'acqua potabile e i servizi igienici (15esima posizione). Purtroppo però precipitiamo clamorosamente in 117 posizione quando si parla di pesca e in 124esima addirittura in relazione alla qualità dell'aria e, visto i vari livelli di inquinamento registrati nelle nostre città non facciamo fatica a credere a questo dato. Scarsa è anche la valutazione ottenuta in riferimento all'agricoltura (83esima posizione) e agli impatti sulla saluta (76esima posizione).

In prima posizione invece si classifica la Finlandia, seguita da Islanda, Svezia, Danimarca, Slovenia, Spagna, Portogallo, Estonia, Malta e Francia.