La comunità scientifica mondiale dispone da oggi di uno strumento in più per la ricerca astrofisica, ed è uno strumento tutto italiano. Si chiama Sardinia Radio Telescope (SRT) ed è stato appena inaugurato a San Basilio, 35 km a nord di Cagliari, in una cerimonia durante la quale è stato anche trasmesso il messaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha lodato il successo della collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l’Agenzia spaziale italiana (ASI) e il Ministero dell’Università e della Ricerca.

In cerca di radiosorgenti stellari

Ben 80 metri di altezza, uno specchio primario dal diametro di 64 metri e un peso di 3000 tonnellate non bastano a dare l’idea della complessità di SRT. Il radiotelescopio non è solo il più grande in Europa, ma è tra i più avanzati al mondo. Per riuscire nell’impresa di osservare l’universo nella gamma radio a lunghezze d’onda molto corte, fino a 3 millimetri (pari a una frequenza di 100 GHz), lo specchio primario è in realtà composto da oltre 1000 pannelli d’alluminio assemblati insieme, ciascuno dei quali controllato da servomeccanismi in grado di assicurare la corretta posizione focale a seconda del tipo d’osservazione, minimizzando inoltre gli effetti della temperatura esterna e del vento. Una sfida ingegneristica e scientifica vinta dall’eccellenza italiana, che offre oggi SRT alla comunità scientifica mondiale per una molteplicità di scopi.

Un rendering dell’antenna di SRT (fonte: INAF).
in foto: Un rendering dell’antenna di SRT (fonte: INAF).

Il primo è quello tipico della radioastronomia, ossia l’osservazione di sorgenti radio molto potenti, come le pulsar e le magnetar, resti di antiche stelle che producono enormi campi magnetici. La prima è già stata scoperta la scorsa primavera, durante le fasi di test di SRT. Il radiotelescopio, infatti, è stato completato alla fine del 2011, ma solo nell’agosto 2012 ha iniziato i test di osservazione per valutare la capacità dello strumento. Che non ha deluso: prima è stato puntato verso la radiosorgente Hydra A e poi verso il centro della Via Lattea, identificando una magnetar, cioè una stella di neutroni supercompatta che genera un enorme campo magnetico. Questo corpo in particolare orbiterebbe intorno al buco nero al centro della galassia.

Un messaggio per gli alieni

Grazie alla sua estrema precisione, SRT può rivelarsi uno strumento fondamentale per il tracking di asteroidi potenzialmente in grado di colpire la Terra; monitorandoli con attenzione, potremmo sapere in anticipo quali rocce vaganti rappresentano davvero una minaccia per il nostro pianeta. Enrico Flamini, chief scientist del progetto, in forza all’ASI, sottolinea inoltre il ruolo di SRT per l’esplorazione del sistema solare. L’antenna è infatti in grado di mantenere il contatto radio con le sonde interplanetarie, come la futura missione ExoMars che nel 2016 porterà per la prima volta un rover europeo (costruito in Italia) sul suolo di Marte.

Il presidente dell’INAF, Giovanni Bignami, rivela anche un’altra potenzialità: la ricerca di civiltà extraterrestri. “INAF ha già offerto SRT al grande pubblico, con un progetto molto speciale: si tratta di scrivere ad ET, o almeno mandargli un saluto”, spiega a La Stampa. “Sappiamo che molte delle stelle vicino a noi hanno pianeti, alcuni dei quali sono abitabili (se non abitati…). Con SRT possiamo lanciare dei segnali, mirati accuratamente alle singole stelle, e sperare che gli ET locali sappiano ascoltarli”. Si tratta del cosiddetto SETI attivo, ossia della ricerca di intelligenti extraterrestri non attraverso l’ascolto di eventuali loro emissioni radio, ma mediante l’invio di nostri messaggi. Che però, spiega Bignami, dovranno essere molto brevi, come i tweet: “Inventiamo il twitter spaziale”, scherza l’astrofisico, che rivela di aver già scelto un primo messaggio per il sistema di Epsilon Eridani, a 10 anni luce dal Sole, che sappiamo ospitare diversi pianeti. Tra vent’anni potremmo ricevere una risposta.