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1 Dicembre 2014
17:18

In assenza dell’uomo, l’orso bruno torna a Chernobyl: non accadeva da 100 anni

Dopo 100 anni a Chernobyl ricompare l’orso bruno e, grazie ad indagini fotografiche, gli scienziati hanno dimostrato il ripopolamento dell’area, agevolato dall’essenza dell’uomo.
A cura di Zeina Ayache
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L'orso bruno ricompare a Chernobyl dopo 100 anni
L'orso bruno ricompare a Chernobyl dopo 100 anni

Gli scienziati sono riusciti ad immortalare la prima prova fotografica della presenza dell'orso bruno nella zona di Chernobyl, colpita e sconvolta dal disastro nucleare di quasi 30 anni fa.

Uno scatto ben riuscito

È stato possibile osservare l'animale grazie ad alcune fotocamere installate nella zona allo scopo di comprendere quale fosse lo stato attuale della vita selvaggia nell'area radioattiva. Queste hanno permesso di dimostrare la presenza di un orso bruno che, qui, non compariva da più di 100 anni. Il TREE Project (Transfer, Exposure, Effects), attivo da 5 anni, è il progetto che nato dalla collaborazione del NERC (Natural Environment Research Council), dell'EA (Environment Agency) e dell'RWM (Radioactive Waste Management Limited) sotto la supervisione del programma RATE (Radioactivity And The Environment), cui scopo è proprio comprendere le possibilità di vita all'interno di questo territorio messo a dura prova dell'esplosione nucleare.

Sergey Gashchak ha immortalato l'orso bruno
Sergey Gashchak ha immortalato l'orso bruno

Sotto sorveglianza speciale

Per poter comprendere meglio come gli animali si siano installati nell'area, questa è stata suddivisa per livello di contaminazione (alto, medio, basso). In ognuna di queste, dal raggio di 5 km, sono stati individuati 84 punti dai quali le 14 fotocamere scattano le loro fotografie simultaneamente. Questo praticamente permette una copertura completa della zona che ha evidenziato non solo la presenza dell'orso bruno, ma anche di linci, procioni, caprioli, lupi grigi europei, cavalli di Przewalski, uccelli di vario tipo, alci europee, volpi rosse, tassi, donnole, lepri, scoiattoli e cani. Le fotografie di Sergey Gashchak, collaboratore ucraino, hanno fatto capire che, come spiega il Dr Wood dell'Università di Salford a BBC News, “quando togliamo gli esseri umani da un contesto naturale, allora gli animali hanno la possibilità di ripopolare l'area perché non devono subire la pressione e il pericolo di cui l'uomo è responsabile”.

Progetti futuri

Infatti, dopo il disastro nucleare che ha colpito la città di Chernobyl nell'aprile del 1986, 110.000 sono state le persone costrette ad evacuare e costruirsi una nuova vita ad almeno 30 chilometri di distanza del centro della tragedia, rimasto così deserto. Ora che evidenze fotografiche hanno dimostrato il ripopolamento dell'area, il prossimo obiettivo è quello di, spiega il Dr. Wood, "installare collari GPS sugli animali per effettuare misurazioni che permettano di tracciarne i movimenti così da comprendere esattamente in che misura le radiazioni gli abbiano colpiti".

Scoperto anche il lupo grigio tra i mammeferi della zona
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[Foto di Sergey Gashchak (Chornobyl Center, Ukraine)]

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