Credit: Helena Seidl da Fonseca
in foto: Credit: Helena Seidl da Fonseca

Gli scienziati hanno trovato la prima prova che dimostra che i bambini della preistoria bevevano latte animale utilizzando un biberon in argilla. Vediamo insieme come gli esperti siano giunti a questa conclusione e cosa c’è da sapere sul primo biberon della storia che a 7.000 anni.

Gli scienziati raccontano di aver trovato quello che potrebbe essere il primo biberon che dimostrerebbe l’uso di latte di altri animali come alimento per bambini. Quanto trovato in Europa risale al Neolitico, quindi circa 5.000 a.C, ed era fatto in argilla. Gli esperti spiegano che le dimensioni del biberon erano adatte alle mani dei bambini ed dotato di un beccuccio attraverso il quale esce il latte. Alcuni biberon erano a forma di animali ed erano dotati di zampe.

Credit: Enver–Hirsch © Wien Museum
in foto: Credit: Enver–Hirsch © Wien Museum

Per capire se si trattasse davvero di biberon, gli scienziati hanno studiato alcuni campioni trovati in Bavaria e, attraverso analisi chimiche, hanno identificato e quantificato i residui di cibo al loro interno e hanno scoperto che contenevano latte di ruminanti, quindi bovini, ovini o caprini. Queste analisi hanno permesso dunque agli scienziati di giungere alla conclusione che si trattasse davvero di biberon che veniva usati per nutrire i bambini con latte animale al posto di quello materno, per esempio durante lo svezzamento, o come alimento supplementare.

Quanto scoperto ci racconta dunque molto della maternità e dell’allattamento durante la preistoria, un periodo durante il quale, come affermano gli stessi autori dello studio “Crescere bambini non doveva essere un compito facile. Siamo interessati alla ricerca delle pratiche culturali legate alla maternità, che hanno avuto profonde implicazioni per la sopravvivenza dei bambini. È affascinante poter vedere, per la prima volta, quali alimenti contenevano questi biberon”.

Lo studio, intitolato “Milk of ruminants in ceramic baby bottles from prehistoric child graves”, è stato pubblicato su Nature.