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Il picco di Hubbert è un termine che ricorre spesso nei discorsi sulle politiche energetiche globali. Negli anni ’50 un geologo americano, Marion King Hubbert, dimostrò che la produzione petrolifera mondiale sarebbe giunta in pochi decenni a un picco, superato il quale le riserve sarebbero inesorabilmente diminuite, fino al loro esaurimento. Nei primi anni ’70 del secolo scorso gli Stati Uniti, che presero sottogamba quella teoria, sperimentarono drammaticamente gli effetti del superamento del picco: la crisi energetica che colpì l’America, rendendola sempre più dipendente dal petrolio importato dall’estero, era dovuta proprio all’esaurimento crescente dei giacimenti presenti nel paese. Da allora, l’approvvigionamento del greggio è diventata una priorità della politica estera americana, tale da coinvolgere sempre più gli USA nella regione mediorientale per garantire che l’afflusso di petrolio resti costante.

Hubbert proponeva un picco di gran lunga peggiore di quello già sperimentato dall’America. Un picco mondiale, dopo il quale il petrolio avrebbe iniziato ad esaurirsi. Anche oggi, come allora, le compagnie petrolifere liquidano con sufficienza la teoria, giudicandola superata. All’esaurimento dei vecchi giacimenti segue la scoperta di nuovi, in aree di più difficile perforazione, certo, ma alla portata delle tecnologie estrattive che evolvono di anno in anno. Eppure, in molti credono che la crisi sia già in atto, che il picco – nonostante il ventilato ottimismo dei petrolieri – sia già stato superato. Nello scorso numero di Nature, due dei principali esperti dell’argomento, l’americano James Murray e l’inglese David King, non hanno usato mezze misure per annunciare la verità: il picco del petrolio è stato superato, le riserve stanno iniziando a finire e il prezzo del greggio e della benzina aumenterà ogni anno di più, provocando drammatici contraccolpi politici ed economici.

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Apocalisse del petrolio

A partire dal 2005, la produzione convenzionale di petrolio greggio non è cresciuta di pari passo con la crescita della domanda. Noi sosteniamo che il mercato del petrolio è passato a un nuovo e diverso stato, in una di quelle che in fisica si chiamano transizioni di fase: oggi la produzione è «anelastica», incapace cioè di seguire la crescita della domanda, e questo spinge i prezzi a oscillare in modo selvaggio. Le risorse degli altri combustibili fossili non sembrano in grado di colmare il buco”, sostengono Murray e King. Il primo è direttore del programma sul cambiamento climatico all’Università dello Stato di Washington a Seattle, mentre il secondo, direttore della Smith School of Enterprise and the Environment dell’Università di Oxford, è stato anche a lungo consigliere scientifico del governo di Sua Maestà.

Negli ultimi sei anni, dimostrano i due autori della pubblicazione su Nature, appena uscita sull’edizione online di Le Scienze, la produzione di greggio non è più cresciuta, mentre è aumentata la domanda mondiale. Il risultato è stato un aumento del prezzo a barile di ben il 15% l’anno, nonostante alcuni cali del prezzo dovuti ai periodi di recessione, come quello attuale, che ha portato il prezzo per barile a scendere dai 140 dollari del 2008 ai 111 dollari attuali. Una cifra enorme, comunque, rispetto ai 15 dollari del 1998. E ad accorgersene sono anche le nostre tasche. Mentre le riserve attualmente note si riducono, le grandi compagnie assicurano che nuovi giacimenti sono pronte per essere sfruttate. Tra le altre, l’ENI è particolarmente attiva nell’individuazione dei nuovi giacimenti: di recente l’ENI, insieme alla Shell, si è assicurata la proprietà di uno dei più grandi fino a oggi scoperti, al largo della Nigeria.

Ma i problemi sono tre. Il primo dipende dal fatto che questi giacimenti si trovano molto più in profondità di quelli finora noti, e per estrarvi il petrolio sono necessari lunghi e costosissimi investimenti, sia nella ricerca e sviluppo di nuove tecniche estrattive, sia nell’effettiva realizzazione dei pozzi. Ciò naturalmente si ripercuote sul prezzo a barile del greggio estratto. Il secondo problema, fatto notare da Murray e King, è che “il reale volume delle riserve accertate è oscurato dal segreto; le previsioni delle aziende petrolifere di stato non sono verificate e sembrano essere esagerate”. Il terzo problema va da sé: “Inoltre, e soprattutto, le riserve richiedono spesso dai 6 ai 10 anni di perforazioni e sviluppo per entrare a far parte dell’offerta, e nel frattempo avrà cominciato a esaurirsi qualche altro campo petrolifero più vecchio”.

Carbone e gas, le due soluzioni-tampone

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Il tetto massimo di produzione annua si è fermato, dal 2005, sui 70-75 milioni di barili al giorno. Allo stesso tempo, da allora i giacimenti si stanno esaurendo a un tasso compreso tra il 4,5 e il 6,7% annuo. E sarà molto difficile che i nuovi giacimenti riescano a invertire questo trend negativo, nonostante le stime ottimistiche delle compagnie e dei governi. Per esempio, scrivono Murray e King, il governo americano è convinto che, anziché diminuire, la produzione petrolifera aumenterà del 30% da qui al 2030. Una stima che si basa sull’ipotesi che vengano scoperti nuovi importanti giacimenti a un ritmo costante nel corso dei prossimi anni. Ma i due studiosi non sono d’accordo: “Anche se la produzione dei campi già esistenti dovesse miracolosamente smettere di diminuire, un aumento del genere richiederebbe per il 2030 una nuova produzione di 22 milioni di barili al giorno. Se continuerà, realisticamente, un declino del 5 per cento all’anno, avremmo bisogno di nuovi campi petroliferi che diano più di 64 milioni di barili di petrolio al giorno di nuova produzione – una cifra grosso modo equivalente all’intera produzione odierna. A nostro avviso, è molto improbabile che ciò accada”, scrivono.

Molti dimenticano che il petrolio è un combustibile fossile, come tale prodotto di processi organici avvenuti in epoche geologiche remote, che non posso essere replicati in tempi accettabili per la scala umana. Il petrolio è una risorsa non rinnovabile: una volta finito, non potremo trovarlo sulla Luna. I più ottimisti ricordano che sulla Terra sono ancora disponibili giacimenti enormi di carbone, una risorsa più economica del petrolio, facilmente impiegato per produrre energia.

Solo allontanandoci dai combustibili fossili possiamo, al tempo stesso, assicurare più solide prospettive economiche e affrontare le sfide del cambiamento climatico.

James Murray e David King
Il Sudafrica, negli anni del boicottaggio internazionale dovuto all’apartheid, riuscì a rendere economicamente sostenibile il processo di trasformazione del carbone in combustibile per le auto. Ma il carbone è molto più inquinante del petrolio, e il suo impatto sull’ambiente – qualora diventasse la prima risorsa energetica mondiale – sarebbe disastroso. Non solo: secondo Murray e King, anche questa soluzione non è percorribile: il carbone dovrebbe raggiungere a sua volta il picco intorno al 2025.

“A ogni aggiornamento delle cifre delle riserve di carbone, le stime sono in genere riviste al ribasso”, osservano gli studiosi. “Una stima indipendente della produzione finale formulata nel 2011 è arrivata a un valore di sole 680 gigatonnellate (miliardi di tonnellate), del 40 per cento più bassa del valore stimato nel 2005 e circa cinque volte inferiore a quanto era stato assunto in alcuni precedenti scenari ad altro consumo di carbone dell’IPCC (l’organismo dell’ONU sul cambiamento climatico)”.

Resta il gas. Una risorsa su cui punta molto l’Italia, per esempio. A oggi, il gas è una risorsa a buon mercato, soprattutto grazie alla sua facile trasportabilità, attraverso i gasdotti – che però passano spesso per regioni politicamente molto movimentate. E anche le riserve sono abbondanti, senza contare i nuovi giacimenti, anche notevoli, scoperti di recente. Ma il gas non potrà comunque coprire il fabbisogno mondiale.

Recessione economica permanente

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Le ripercussioni sulla nostra economica sono, purtroppo, drammatiche. “Delle 11 recessioni verificatesi negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, 10, fra cui la più recente, sono state precedute da un balzo improvviso dei prezzi del petrolio”, ricordano Murray e King. Secondo i due studiosi, l’impennata del prezzo del petrolio è tra le principali cause della crisi economica che ha colpito con violenza Grecia, Italia e Spagna. Soprattutto l’Italia, dove la spesa annua per importare petrolio è di 55 miliardi di dollari, rispetto ai 12 miliardi del 1999. Una cifra tale da minare gravemente la possibilità del paese di proseguire l’attuale tasso di approvvigionamento senza rischiare un tracollo economico. Cifre del genere, inoltre, mettono a rischio la crescita mondiale. “Il Fondo Monetario Internazionale, per esempio, continua a prevedere una crescita economica pari al 4 per cento del prodotto interno lordo per i prossimi cinque anni”, segnalano i due studiosi. “Eppure, per realizzarla ci vorrebbe o un eroico incremento della produzione di petrolio del 3 per cento all’anno, o un aumento dell’efficienza dell’uso del petrolio, o una crescita a maggiore efficienza energetica o una rapida sostituzione del petrolio con altre fonti di combustibili. Economisti e politici discutono continuamente di politiche che portino al ritorno alla crescita economica, ma dato che mancano di riconoscere la centralità del problema dell’alto prezzo dell’energia, non hanno identificato la necessaria soluzione: svezzare la società dai combustibili fossili”.

Il problema è che oggi la politica e l’economia non dialogano con la scienza, o meglio ne ignorano gli avvertimenti, che liquidano come fastidiose sirene allarmistiche. Rimandare la soluzione del problema non potrà essere la soluzione; e se anche la soluzione non passasse per la fissione nucleare, l’unica possibilità è quella di investire in maniera convinta nelle energie non rinnovabili e nella loro capacità di produrre di più di quanto non facciano oggi. “Solo allontanandoci dai combustibili fossili possiamo, al tempo stesso, assicurare più solide prospettive economiche e affrontare le sfide del cambiamento climatico”, sostengono Murray e King. “È una trasformazione che richiederà interi decenni, ma è necessario che abbia inizio subito”.