Soffrire di insonnia significa non riuscire ad avere una vita notturna regolare che disturba il sonno e porta con sé sintomi quali irritabilità, stanchezza e difficoltà di apprendimento. Un nuovo studio, intitolato “Better than sham? – A double-blind placebo-controlled neurofeedback study in primary insomnia” e pubblicato sulla rivista Brain, spiega perché il placebo sia utile alla regolarità del sonno quanto il neurofeedback, la tecnica non invasiva e indolore che interviene a livello neurocognitivo attraverso gli elettrodi posizionati sul capo e collegati ad un computer che leggono l’andamento delle onde lente.

Quando parliamo di “placebo” ci riferiamo a quelle terapie che vengono somministrate ai pazienti come se fossero veri e propri trattamenti, ma che in realtà non lo sono: ad esempio pastiglie che vengono somministrate come se fossero farmaci ma che non contengono il principio attivo curativo. Questa tipologia di trattamento viene impiegata, soprattutto nei test, per capire quanto il nostro cervello sia influenzabile al di là dell’assunzione vera e propria di una sostanza.

Tornando ai test sull’insonnia, i ricercatori si sono chiesti quali sarebbero state le diverse reazioni tra pazienti sottoposti a neurofeedback e pazienti che credevano di essere sottoposti a questa terapia (placebo). I partecipanti allo studio hanno trascorso nove notti in un laboratorio di ricerca durante le quali hanno partecipato a dodici sessioni di neurofeedback e dodici sessioni di neurofeedback placebo.

I dati raccolti durante l’esperimento non hanno evidenziato sostanziali differenze tra il gruppo trattato e il gruppo placebo. Inoltre, secondo gli scienziati ad aver migliorato alcuni sintomi dell’insonnia non sarebbe stato il trattamento (placebo o no), ma le condizioni dell’esperimento, come il contatto con i medici e le attenzioni ricevute.

[Foto copertina di Sasint]