Con la fase 2, l’Italia è ripartita con mascherina sul viso e distanza di sicurezza, provando a riprendersi il tempo perduto. Precauzioni ma anche preoccupazioni per il contagio e, quasi più di tutto, per la crisi economica dopo uno stop che in tanti presumono non sia davvero servito. Per capire se il sacrificio del lockdown ha effettivamente contribuito a fermare la circolazione del virus, ci siamo rivolti al prof. Federico Ricci Tersenghi, ordinario di Fisica Teorica e Computazione del Dipartimento di Fisica dell’Università “Sapienza” di Roma.

Dunque professore, il lockdown ha funzionato?

Sì, il lockdown in Italia ha funzionato, su questo mi sento di dare una risposta chiara. È servito nelle regioni più colpite dal virus, anche se abbiamo adottato provvedimenti a livello nazionale, mentre nelle regioni con un minore numero di casi avremmo forse potuto applicare anche soluzioni diverse. In ogni caso, si è deciso di adottare un’unica strategia e i suoi effetti si vedono chiaramente nei dati. Tutti i modelli di analisi mostrano infatti un’evidente decrescita del numero di nuovi casi.

Ci si potrebbe chiedere cosa sarebbe accaduto se non avessimo fatto il lockdown. Ovviamente non possiamo portare le lancette dell’Italia indietro ma abbiamo la possibilità di osservare quanto avvenuto in nazioni tra loro simili ma che hanno adottato strategie diverse. Da questo punto di vista, il caso forse più chiaro è quello della Svezia. Premetto che un confronto fatto soltanto attraverso i dati che al momento sono pubblici, quindi numero di casi e di decessi, è sempre molto limitato perché un’analisi più precisa ne richiede molti di più. Tuttavia, il confronto tra l’evoluzione dell’epidemia in Svezia con l’andamento negli altri paesi scandinavi, che sono simili per molti aspetti, può avere un senso all’interno dei suddetti limiti.

Confronto tra diversi Paesi europei nell’ultimo mese di lockdown italiano con una media mobile su 7 giorni
in foto: Confronto tra diversi Paesi europei nell’ultimo mese di lockdown italiano con una media mobile su 7 giorni

Se ad esempio confrontiamo l’andamento dell’epidemia in Svezia con quello osservato in Danimarca, Finlandia e Norvegia, si vede che la strategia di rinunciare a un lockdown rigido ha prodotto un numero di casi e, soprattutto, di decessi dovuti al Covid-19 ben superiore. Per milione di abitanti, si vede chiaramente che la Svezia ha avuto quattro volte il numero di decessi della Danimarca e addirittura quasi dieci volte quello della Norvegia.

Ovviamente, aspetteremo di avere più dati per fare delle analisi più dettagliate e capire fino a che punto ha influito l’assenza di un lockdown come invece adottato in questi altri Paesi. D’altra parte, gli effetti di non aver implementato una chiusura, lasciando che la vita quotidiana si svolgesse normalmente, si vedono in maniera netta. Un altro esempio può essere quello del Brasile, anche se in questo caso un raffronto diventa più difficile. Spesso si tende a fare il confronto tra regioni molto diverse, a paragonare la Svezia con la Lombardia, ma questo non ha alcun senso perché i confronti vanno fatti tra Paesi che hanno caratteristiche simili ma che hanno adottato strategie diverse.

Possiamo dire che senza il lockdown sarebbe stata una strage? 

Certamente. In alcune regioni avremmo avuto un numero di casi molto più alto. Devo anche aggiungere che criticare il lockdown a posteriori è un po’ cinico. Dopo aver evitato una strage, dire che non ci sarebbe stata, è troppo facile. Lo reputo sbagliato moralmente oltre che scientificamente, perché secondo me il rischio di un’epidemia di dimensioni ben superiori c’era assolutamente, forse non in tutte le regioni. Dobbiamo comunque ricordare che l’Italia era a due velocità diverse, per cui nelle regioni con pochi casi avrebbero magari potuto evitare la chiusura totale tracciando i positivi. Vista però l’impossibilità ancora oggi di mettere su un tracciamento efficace, anche in queste regioni non fare il lockdown avrebbe generato un numero molto più alto di casi, quindi anche di decessi.

A coloro che si dicono particolarmente contrari al lockdown severo perché ferma l’economia, farei notare che in Danimarca, ad esempio, è stata fatta la chiusura delle scuole solo per un mese mentre in Finlandia le scuole fino alle elementari non hanno mai chiuso. Non dobbiamo quindi pensare che ci sia soltanto un lockdown all’italiana per cui abbiamo praticamente chiuso tutto. Esistono altre modalità di lockdown che hanno avuto comunque successo e non hanno bloccato tutti i servizi che sono stati fermati invece in Italia.

Il prof. Federico Ricci Tersenghi
in foto: Il prof. Federico Ricci Tersenghi

Perciò direi che la mancanza di lockdown è stata sicuramente negativa mentre chiusure parziali, mantenendo qualche servizio in più, possono essere strategie da tenere in considerazione. In Italia, questa ipotesi è stata proprio esclusa a priori e, in alcune interviste, i consulenti del Comitato tecnico-scientifico hanno apertamente dichiarato che non gli è stato neppure chiesto di valutare scenari intermedi. Probabilmente, questo è stato un errore. Ma non fare il lockdown sarebbe stato certamente un disastro, e lo vediamo nei Paesi in cui non è stato implementato.

Sono giorni in cui si discute la riapertura delle regioni e si parla molto di indici, non solo R0 e Rt, ma anche di due nuovi parametri, chiamati il rischio netto e il rischio potenziale? Cosa sono?

Questi indici di rischio sono stati usati da uno degli esperti della cabina di regia del Ministero della Salute con le Regioni in una recente intervista ma, da quanto mi risulta, non esiste alcun documento ufficiale in cui sono stati definiti correttamente. Dai numeri che sono stati dati, possiamo più o meno dedurre che corrispondano al numero di nuovi casi divisi per la popolazione, in modo tale da normalizzare il valore per regioni con popolazioni diverse. Sono tra i ventuno parametri che le regioni dovrebbero comunicare al Ministero della Salute per poter prendere decisioni sul livello di riapertura di ogni singola regione ed, evidentemente, tra gli indici più importanti perché, sapere quanti sono i nuovi casi per 10mila abitanti, è un parametro importante per capire quanto sia ancora diffusa l’epidemia all’interno di una regione.

Tuttavia, questi indici non sono sufficienti perché, come sappiamo, uno degli aspetti fondamentali che non si è ancora riuscito a risolvere è relativo all’identificazione degli asintomatici. Quando una regione comunica un certo numero di casi positivi ogni settimana, io dovrei capire quanti sono i veri casi positivi e non solo quelli trovati dalla regione. E questo dipende molto dalla strategia adottata da ogni singola regione.

Come facciamo a capire questa cosa?

Una prima indicazione parziale arriva dal rapporto tra il numero dei nuovi casi positivi trovati e il numero di nuove persone testate. Da circa un mese, ai dati forniti ogni giorno dalla Protezione civile, è stato aggiunto quello dei “testati”, per cui abbiamo il numero dei tamponi – che comprende anche la parte dei test fatti come controllo a persone che hanno già ricevuto un test in precedenza – , il numero delle nuove persone testate – cioè i tamponi fatti a persone che non erano mai state testate prima – , e il numero dei nuovi positivi. Questi tre numeri non sono ancora il massimo che si potrebbe avere ma ci dicono almeno qualcosa in più rispetto a quando c’era soltanto il numero dei tamponi che comprendeva tutti i test, quindi anche quelli di controllo.

Non sapevamo quindi i nuovi casi per numero di nuove persone testate?

Esatto, e oggi questo rapporto si può fare. Se la percentuale è molto bassa, possiamo pensare che quella regione è molto virtuosa e sta facendo molti tamponi. Quando dico molto bassa, intendo che le regioni che fanno meglio hanno percentuali al di sotto dell’1%; vale a dire che per ogni persona trovata, sono stati fatti tamponi a nuove persone nell’ordine del centinaio. Molte delle regioni più colpite hanno percentuali ancora troppo alte, del 3-5%, in decrescita nel tempo, ma comunque superiori a quelle delle regioni virtuose.

Un altro parametro che potrebbe aiutarci ma che, purtroppo, non è messo a disposizione, è relativo alla percentuale di asintomatici per regione. Sarebbe molto facile conoscerlo perché l’Istituto Superiore di Sanità ha a disposizione i dati sulle percentuale degli asintomatici ma fornisce solo il dato nazionale che indica che circa il 30% delle persone positive sono asintomatiche o almeno sono asintomatiche al momento del tampone, dato che alcune di loro potrebbero in seguito sviluppare sintomi. Questo dato va crescendo nel tempo, quindi indica che, a livello nazionale, la capacità di identificare le persone prima che sviluppino i sintomi sta migliorando.

La mia impressione, però, è che questo numero sia molto diverso tra le regioni più virtuose e che riescono a fare il tracciamento dei nuovi casi prima che le persone diventino sintomatiche, e le regioni invece continuano a testare soprattutto le persone che hanno sintomi. Tale differenza si potrebbe osservare se questo dato fosse reso pubblico per regione, per cui scopriremmo quali sono le regioni che ricercano meglio i positivi, trovando quindi anche gli asintomatici, e quali sono quelle che quasi non li ricercano ma aspettano soltanto che le persone presentino sintomi. Questo è un punto fondamentale per capire quanto una regione sia in grado di gestire un nuovo focolaio. Quanto è in grado di identificare tutti i contatti dei positivi appartenenti a questo cluster? E quanti soggetti è in grado quindi tracciare, testare e identificare velocemente ed eventualmente mettere in isolamento? Sarebbe interessante anche sapere quante solo le persone che ogni regione ha a disposizione per fare il tracciamento, quanti contatti sono stati identificati e testati, e quanti di questi sono risultati positivi.

Questi sono tutti numeri che le regioni dovrebbero fornire anche sulla base del Decreto del Ministero della Salute per la fase 2 che impone questi parametri da tenere sotto controllo ma che, al momento, non sono disponibili pubblicamente, per cui non si può pubblicamente verificare lo stato di preparazione delle regioni nel gestire nuovi focolai.

Questo può essere un suggerimento, e per chi?
Può esserlo per chi raccoglie i dati e per chi li gestisce. Gli aspetti secondo me da migliorare sono essenzialmente due: il primo è inerente alla raccolta dei dati che è a carico delle regioni. Ancora oggi l’Istituto di Superiore di Sanità ci comunica che la percentuale dei dati forniti dalle regioni si attesta al 30% e che la soglia del 50% stabilita per legge viene raggiunta da poco più della metà delle regioni. Le regioni devono quindi capire che la raccolta dei dati ben fatta è un valore e una necessità.

In secondo luogo, chi gestisce i dati, cioè l’Istituto Superiore di Sanità, dovrebbe mettere a disposizione in forma anonimizzata queste informazioni – parliamo di dati aggregati che non violano nessun principio di privacy – permettendo così a chiunque di verificare se le regioni stanno facendo bene. Sarebbe un gesto importante di trasparenza da parte delle istituzioni che stanno in qualche modo chiedendo ai cittadini fiducia. La riapertura della circolazione tra le regioni comporterà che i cittadini italiani si fidino che la decisione presa è quella giusta. Ecco, questa fiducia verrebbe ben riconosciuta se ci sarà anche lo sforzo della trasparenza. Sarebbe un ottimo segnale per entrare più serenamente in questa fase di riapertura.

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