L’inquinamento da microplastiche sta emergendo come una delle minacce ambientali più subdole e difficili da contrastare: le dimensioni globali del fenomeno sono quasi impossibili da stabilire ma una nuova ricerca mette in luce che il lavaggio degli indumenti sintetici sta contribuendo in modo sostanziale alle emissioni di microfibre nell'ambiente, evidenziando come i mari e gli oceani non siano gli unici luoghi più segnatamente interessati dal problema.

Lo studio, pubblicato su Plos One da un gruppo di ricercatori guidato da Jenna Gavigan della Bren School of Enviromental Science e Management dell’Università della California, negli Usa, ha infatti rivelato che, per effetto del lavaggio degli indumenti sintetici, più di 1,9 tonnellate di microplastiche sono accumulate nel terreno, con altri 0,6 milioni di tonnellate dispersi nelle discariche, dunque poco meno dei quasi 2,9 milioni di tonnellate che si stima siano presenti nei corpi idrici. Complessivamente, solo attraverso il lavaggio degli indumenti, dagli Anni 50 al 2016 sono state rilasciate 5,6 milioni di tonnellate di fibre sintetiche (poliestere e nylon), di cui la metà nell’ultimo decennio, con un tasso di crescita annuo del 12,9%.

Il lavaggio degli indumenti sintetici rilascia più microplastiche del previsto

Numeri impressionanti” sottolineano i ricercatori che, tuttavia, in considerazione dei limiti dello studio (diverse semplificazioni, come la frequenza di lavaggio globale, la percentuale di indumenti sintetici in uso su base annua e il possesso di lavatrici nel mondo) potrebbero addirittura aver sottostimato le emissioni. “Ogni anno – spiega Gavigan – , almeno 176mila e 500 tonnellate di microplastiche finiscono nei terrei coltivati e nelle discariche, e non abbiamo preso in considerazione gli indumenti che vengono donati oppure riciclati”.

Il lavaggio degli indumenti sintetici è ritenuto una delle principali fonti di emissione di microfibre nell'ambiente. “Quantificare esattamente le quantità rilasciate durante il processo di lavaggio è difficile – spiegano i ricercatori – . I livelli sono influenzati da diversi fattori, tra cui l’età dell’indumento, il tipo di lavatrice e l’uso del detersivo. Il lavaggio a mano, al contrario, non danneggiando particolarmente i tessuti, ne rilascia quantità minori”.

I ricercatori hanno inoltre dimostrato che queste microfibre possono persistere per oltre 15 anni nel terreno. “Il nostro obiettivo – ha aggiunto Gavigan – deve essere la riduzione delle emissioni di microplastiche prima che entrino nelle acque reflue poiché ad oggi, per come sono strutturati, gli impianti di depurazione non riescono a trattenerle”. Questo perché, quando le microplastiche vengono catturate dagli impianti, generalmente finiscono all’interno dei fanghi che sono poi trasformati in biosolidi e spesso utilizzati come fertilizzanti per i terreni. Il resto si ritrova invece nelle discariche, dove viene incenerito o sotterrato, oppure trattato per essere scaricato in mare.

Per l’analisi, i ricercatori hanno preso in esame i dati di produzione globale di abbigliamento su base annua, il consumo globale di indumenti e le scorte in uso, le stime di abiti a fine vita e le emissioni di microfibre dovute al lavaggio, considerando il destino di queste minuscole plastiche (dimensioni inferiori ai 5 mm) in base alla percentuale di acque reflue trattate e alla sorte dei fanghi prodotti dagli impianti.

Dal momento che le scorte di abbigliamento crescono in tutto il mondo e sempre più persone acquistano lavatrici, le nostre stime sono destinate ad aumentare, in considerazione anche dell'aumento della copertura degli impianti di trattamento dei reflui previsto per i prossimi decenni: la loro crescita non si tradurrà necessariamente in una riduzione complessiva delle emissioni di microfibre sintetiche nell'ambiente, dirottando piuttosto le microfibre sintetiche dai corpi idrici agli ambienti terrestri e alle discariche”. Una prospettiva che potrebbe in ogni modo essere modificata se “le microfibre catturate dagli impianti verranno rimosse dai fanghi di depurazione prima di essere riversate nel terreno” concludono gli studiosi identificando nelle tecnologie di trattamento dei fanghi il potenziale intervento per contrastare la loro diffusione.