Durante la pandemia di Covid-19, i dati epidemiologici hanno indicato che la malattia da nuovo coronavirus colpisce più gli uomini delle donne. I ricercatori hanno indagato molto su questa differenza per provare a capire cosa induca la maggiore probabilità di ammalarsi più gravemente e andare incontro a esiti sfavorevoli o fatali. Alcune tesi hanno indicato che le differenze di età e di genere potessero determinare importanti differenze sulle condizioni di salute e l’aspettativa di vita ma finora non era stato dimostrato in cosa la risposta immunitaria contro Sars-Cov-2 differisse tra i due sessi e se tali differenze potessero causare una diversa suscettibilità all’infezione. Ora, un nuova ricerca, la prima ad esaminare la risposta immunitaria al nuovo coronavirus in base al sesso, ha fornito un’importante indicazione: gli uomini hanno meccanismi di attivazione meno efficaci delle donne, anche in età avanzata.

Il coronavirus colpisce più gli uomini delle donne

Queste in sintesi le conclusioni di un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature da un team di ricercatori della School of Medicine della Yale University a New Haven, nel Connecticut, i cui risultati indicano che gli uomini, in particolare quelli di età superiore ai 60 anni, potrebbero dover dipendere maggiormente da terapie mirate e dall’arrivo di un vaccino per proteggersi dall’infezione. Quanto evidenziato è coerente con le attuali conoscenze circa la relazione tra le differenze di sesso e la diversa risposta immunitaria ad altre infezioni: le donne hanno infatti meccanismi di attivazione più veloci e più forti, forse perché pronte a combattere gli agenti patogeni che minacciano i bambini che portano in grembo. Tuttavia, nel tempo, un sistema immunitario in uno stato di allerta costante può essere dannoso.

Ma cosa determina il più alto rischio negli uomini di ammalarsi gravemente di Covid-19 rispetto alle donne? Per arrivare a un responso i ricercatori hanno analizzato le risposte immunitarie di 39 pazienti (17 uomini e 22 donne) ricoverati presso lo Yale-New Haven Hospital tra il 18 marzo e il 9 maggio 2020 e risultati positivi al test al Sars-Cov-2. Gli studiosi hanno analizzato le differenze mostrate nelle cariche virali, i titoli anticorpali specifici per Sars-CoV-2, le citochine plasmatiche e la fenotipizzazione delle cellule del sangue, concentrando l’analisi sui pazienti con malattia moderata e che non avevano ricevuto farmaci immunomodulatori.

I nostri risultati – spiegano i ricercatori nello studio – hanno rivelato che i pazienti di sesso maschile avevano livelli plasmatici più elevati di citochine immunitarie innate come IL-8 e IL-18 insieme a un’induzione più robusta di monociti non classici. Al contrario, le pazienti di sesso femminile hanno avuto un’attivazione delle cellule T significativamente più importante rispetto ai pazienti di sesso maschile durante l’infezione”.

È importante sottolineare che abbiamo scoperto che una minore risposta delle cellule T era correlata negativamente con l’età dei pazienti ed era associata a un peggioramento della malattia nei pazienti di sesso maschile ma in quelli di sesso femminile – si legge sempre nello studio – . Per contro, livelli di citochine immunitarie innate più elevati nelle pazienti di sesso femminile erano associati a una peggiore progressione della malattia, ma non nei pazienti di sesso maschile”.