C’è un rapporto diretto tra cambiamento climatico e aumento della violenza. È l’inquietante conclusione di una ricerca pubblicata su Science che ha analizzato i dati di oltre 60 studi sul cambiamento ambientale e aggressività umana in tutti i continenti in un arco storico di oltre 12mila anni. Il risultato è che le due variabili sono direttamente correlate: l’aumento della temperatura di una deviazione standard – fenomeno che si verifica oggi quando la temperatura risulta superiore di 3° alla media mensile – provoca un aumento della violenza interpersonale del 4% e della violenza tra gruppi di ben il 14%. Il che vuol dire che il riscaldamento globale non ci rende soltanto più intrattabili quando siamo alla guida delle nostre automobili, con il rischio di scatenare risse; ma che aumenta significativamente il rischio di scatenare guerre e conflitti su larga scala.

Civiltà al collasso?

L’esempio più evidente riguarda il collasso della civiltà Maya, attribuito oggi dalla maggior parte degli storici e scienziati a una gravissima e perdurante siccità che provocò carestie ed epidemie, esacerbando la violenza tra le diverse tribù fino a un conflitto generalizzato che ne provocò l’estinzione. Anche la civiltà tecnologica del XXI secolo è destinata allora alla stessa tragica fine, man mano che il cambiamento climatico accelera la sua velocità provocando siccità ma anche alluvioni, inondazioni, uragani, senza contare le ondate di calore? Molti studiosi restano scettici. La ricerca pubblicata su Science si limita infatti a suggerire una correlazione, ma non propone una spiegazione.

Perché diventiamo più violenti se il clima cambia? Una causa potrebbe essere la graduale riduzione delle risorse idriche e alimentari. Diversi studi hanno messo in guardia sulla possibilità di un consistente aumento dei conflitti civili e interstatali nei prossimi decenni in conseguenza della scarsità di acqua potabile. I ricercatori dell’Università della California a Berkeley, autori dello studio, sostengono che entro la metà del secolo le guerre civili aumenteranno del 50%, considerando che i modelli predittivi sul cambiamento climatico sostengono un aumento delle temperature medie comprese tra due e quattro deviazioni standard.

Ma la violenza è in calo

Lo scetticismo degli studiosi sulle apocalittiche conclusioni dello studio di Berkeley si basa su due considerazioni. La prima è di carattere metodologico: l’articolo pubblicato su Science è infatti una meta-analisi, che non si fonda su ricerche svolte direttamente dagli scienziati sul campo ma su un’analisi della letteratura scientifica sull’argomento. Un metodo utilizzato spesso in alcune discipline, come la medicina, perché consente di verificare una teoria su un campione molto più ampio di persone di quanto qualsiasi sperimentazione diretta sarebbe in grado di fare, ma che comporta inevitabili problemi in studi come questo, dove non ci sono campioni omogenei di persone prese in considerazione, dato che le ricerche sono molto diverse e spaziano da quelle di carattere archeologico a studi di psicologia.

La seconda considerazione si basa invece su dati empirici. Secondo Idean Salehyan, politologo della University of North Texas a Denton, tutte le statistiche rivelano che i conflitti armati sono in calo nonostante un effettivo aumento delle temperature medie. Ciò dipenderebbe principalmente dalla crescita economica sperimentata nei paesi in via di sviluppo e dalla diffusione della democrazia. Secondo le statistiche esposte da Matt Ridley nel suo recente volume Un ottimista razionale, il tasso di omicidi in Europa è calato da 35 ogni 100mila morti nel XIV secolo ad appena 2 su 100mila nel primo decennio del XXI secolo. Il politologo Halvard Buhaug del Peace Research Insitute di Oslo, in Norvegia, sottolinea che anche in Africa il numero di conflitti è calato negli ultimi decenni, nonostante l’aumento delle temperature medie. Insomma, è presto per dire che il cambiamento climatico provocherà l’estinzione violenta della nostra civiltà.