cern_fascio

“I neutrini non sono più veloci della luce”. Così titolano oggi tutti i principali quotidiani italiani, che hanno subito rilanciato le indiscrezioni che giravano nella giornata di ieri nella comunità scientifica, e su Twitter. Ma le cose non stanno proprio così, esattamente come cinque mesi fa i neutrini non sono diventati improvvisamente più veloci. La scienza non va alla velocità della luce, anche se i media sembrano gli unici capaci di superare questo straordinario limite. La verità è che potrebbe esserci un banale errore della strumentazione alla base dell’incredibile misurazione resa nota lo scorso 23 settembre dall’équipe di Opera, l’esperimento internazionale che coinvolge i laboratori di fisica del Gran Sasso e il Cern di Ginevra. Esattamente come i più scettici sostenevano già all’epoca, mettendo in dubbio l’annuncio del gruppo guidato dal fisico italiano Antonio Ereditato. Ma l’errore riscontrato potrebbe non essere determinante, sostiene Ereditato. Sarà necessario ripetere le misurazioni tenendo conto dei nuovi problemi emersi, e vedere cosa ne esce fuori.

Due problemi nella strumentazione

albert einstein

“Come abbiamo avuto i nostri dubbi all'inizio, li abbiamo ancora. Abbiamo lavorato intensamente per cercare la causa di questa anomalia”, ha affermato Antonio Ereditato, raggiunto ieri sera dall’ANSA. “Abbiamo fatto, rifatto e ancora rifatto tutti i test possibili e ogni volta si imparava qualcosa di più. Abbiamo cercato a tappeto, esaminando tutti gli aspetti possibili, e alla fine abbiamo trovato due effetti”. La prima cosa da segnalare è infatti che questi errori nella strumentazione sono stati scoperti dagli stessi scienziati dell’esperimento Opera, e dimostra la grande serietà del team internazionale che sta lavorando sui neutrini. Fare affermazioni come quella dello scorso settembre, infatti, significa poter riscrivere praticamente tutta la fisica finora data per scontata, e mettere in discussione le sue fondamenta, quelle costituite in buona parte dalla teoria della relatività di Albert Einstein, secondo cui la velocità della luce costituisce un limite insuperabile.

Il primo a spiegare un po’ al grande pubblico cosa esattamente stessa succedendo al Gran Sasso è stato il fisico Roberto Battiston. “Si tratta di due aspetti legati alla temporizzazione dei segnali, un connettore di una fibra ottica non completamente avvitato (e questo porterebbe ad una misura in cui il neutrino viaggia più veloce della luce) e un effetto legato all’orologio del computer che acquisisce i dati (e questo porterebbe ad una misura in cui il neutrino viaggia più lentamente della luce)”, ha raccontato sul suo blog ieri sera. “In linea di principio i due effetti tendono a cancellarsi, ma vi sono  ragioni per pensare che il primo effetto sia dominante sul secondo e che sia la causa dell’anomalia annunciata lo scorso settembre da Dario Autiero del CNRS di Lione, in un  seminario al CERN che ebbe  risonanza mondiale”. La domanda allora è: possibile che lo scorso settembre nessuno abbia pensato a un errore di questo tipo? Va ricordato infatti che l’annuncio non avveniva il giorno dopo la rilevazione, ma dopo molti e molti mesi di esperimenti che avevano avuto tutti uguale esito. Esperimenti che sono stati ripetuti anche lo scorso novembre, confermando uno scarto di 60 nanosecondi tra la velocità dei neutrini e quella dei fotoni, i quanti di luce, secondo Einstein le particelle più veloci dell’universo, tali da costituire un limite inviolabile per la teoria della relatività generale.

Il CERN: "Nuovo test a maggio"

Esperimento ICARUS

Gli scienziati di OPERA non avevano perso la testa, lo scorso settembre. Quello che hanno fatto è stato semplicemente misurare il tempo impiegato da un fascio di neutrini sparato dal CERN a Ginevra fino al Gran Sasso, in Abruzzo, e ripetere la misurazione più e più volte. Alla fine, elaborando i dati secondo gli stringenti parametri richiesti dalla comunità scientifica, si sono ritrovati con una scoperta di grado “sigma 5”. Sigma è il parametro statistico che viene impiegato per verificare se i dati possono essere spiegati alla luce di errori casuali o meno. Una scoperta non viene annunciata come tale se non arriva almeno a 5 sigma. Per intenderci, stiamo parlando di una sicurezza del 99,999% che la misurazione sui neutrini non fosse dovuta a errori di sorta. Gli scienziati, insomma, non fanno affermazioni campate per aria, a differenza di molti politici. Prima di metterci la faccia, aspettano di essere sicuri.

È quel che afferma il CERN, che intorno alle dieci di questa mattina ha emanato un comunicato ufficiale. “Il consorzio Opera ha informato le sue agenzie finanziatrici e i laboratori che ospitano gli esperimenti che sono stati identificati due possibili effetti che potrebbero aver influenzato la misurazione cronometrica sul neutrino. Questi effetti  richiedono ulteriori test con un fascio più breve. Se confermati, uno di essi potrebbe aumentare la dimensione dell’effetto misurato, l’altro potrebbe diminuirlo”. Insomma, alla fine potremmo scoprire che il neutrino corre anche più veloce, per quanto sia più probabile, ora, il contrario. “Nuove misurazioni sono programmate per il prossimo maggio”. Solo allora, quindi, sapremo la verità.

Non mettete fretta alla scienza

ereditato

L’articolo sottoposto da OPERA  per la pubblicazione su riviste scientifiche referenziate è stato ora temporaneamente ritirato dalla valutazione che stavano effettuando i referees esterni. Va ricordato infatti che l’annuncio di settembre era stato esposto in un articolo non ancora ufficiale, ma pubblicato online su arXiv, l’archivio digitale di articoli scientifici non ancora passati al vaglio del severissimo sistema di peer review su cui si basano le più grandi riviste, come Science – che per prima ha rilanciato i rumor di ieri sui neutrini – o Nature, e dove escono tutte le scoperte destinate a entrare nella storia della scienza. La lezione che viene dalla storia dei neutrini, qualunque sarà il suo esito finale, è che la scienza è diventata un po’ troppo dipendente dall’attenzione dei mass media. Un tempo, si aspettava che una ricerca passasse il vaglio dei referee prima di annunciarla, solitamente nell’ambito di un convegno specialistico, in buona parte ignorato dalla stampa. Ci volevano anni prima che il risultato di una grande scoperta diventasse di pubblico dominio.

Oggi, i tempi concitati di Internet e dei mezzi di comunicazione di massa sembrano costringere la scienza a piegarsi alla logica di Twitter, pubblicando gli esiti delle proprie ricerche su Internet senza aspettare i lunghi tempi del vaglio tra pari. In alcuni casi, ciò favorisce l’accelerazione del progresso scientifico e una maggiore condivisione dei risultati della ricerca all’interno della comunità internazionale e tra il grande pubblico. In altri, il rischio è quello di dare un’impressione sbagliata. Non commettiamo l’errore di credere che Antonio Ereditato sia il nuovo capitano Schettino, ridicolizzato dalla comunità scientifica internazionale e rovinato da una leggerezza di troppo. Comunque vada, la scienza italiana ci esce bene. La stampa, forse, un po’ meno.