Con l’approvazione del primo vaccino Covid di Pfizer/BioNTech nel Regno Unito, cresce l’attesa per le valutazioni degli enti regolatori di Stati Uniti ed Europa che nelle prossime settimane hanno in programma di decidere se autorizzare o meno la somministrazione. Finora, a parte gli annunci, conosciamo tuttavia ben poco dei risultati dei trial clinici condotti, comunque già presenti nelle documentazioni depositate presso gli organi di regolamentazione ma ancora non disponibili all’intera comunità scientifica. La stessa che, d’altra parte, vorrebbe poter dare risposte precise a domande chiave legate alle campagne di vaccinazione. Prima su tutte, quella relativa ai tempi dell’immunità, dal momento che non sappiamo quanto dura né nei guariti né tanto meno nei vaccinati. C’è poi la questione relativa alla protezione, vale a dire che non sappiamo ancora se i vaccini proteggeranno dall’infezione o se solo dalle forme gravi della malattia. Incertezze che, di conseguenza, alimentano tutta una serie di questioni, a partire da quelle che riguardano coloro che hanno sperimentato in prima persona l’infezione da coronavirus e che, tra notizie e promesse di una copertura completa entro la fine della prossima estate, si chiedono se (benché non obbligatoria) dovranno o meno sottoporsi alla vaccinazione. Un dubbio non da poco e che, ad oggi, in Italia riguarda centinaia di migliaia di persone, con oltre 800mila guariti da forme più o meno gravi di Covid.

I guariti da Covid devono fare (o no) il vaccino

In mancanza di dati concreti, gli esperti sono divisi. C’è chi, come il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito, ritiene che “chi ha superato l’infezione da coronavirus non deve vaccinarsi contro la malattia perché ha sviluppato gli anticorpi naturali”. Tuttavia, non sapendo ancora esattamente quanto dura l’immunità (un recente articolo su Science indica che potrebbe durare almeno 4 mesi), si dovrebbe controllare nel tempo il livello di questi anticorpi “e quando questi dovessero scendere, considerare una vaccinazione”. D’altra parte ,c’è chi sostiene che la vaccinazione garantisca comunque una protezione più efficace. Tra questi l’immunologo dell’Università di Milano Sergio Abrignani che ha sottolineato come “la vaccinazione Covid dopo la malattia avrebbe la valenza di un richiamo”.

Opinioni che, in attesa dei risultati delle sperimentazioni, non possono che fare i conti con quella che sarà la reale accessibilità ai vaccini Covid, dal momento che le prime dosi non saranno certo disponibili per tutti e verrà data priorità alle categorie più a rischio. Ad esempio, se l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) darà l’auspicato via libera al vaccino Pfizer/Biontech prima della fine dell’anno, all’Italia spetterà un primo lotto di circa 3,4 milioni di dosi che, dovendo ripetere due volte la vaccinazione, coprirà circa 1,7 milioni di italiani.

Non può però essere escluso che, tra questi 1,7 milioni di italiani, non ci sia già chi è guarito dalla malattia o ha superato un’infezione asintomatica (dallo studio epidemiologico condotto in primavera sappiamo che il 3% degli italiani ha avuto un’infezione asintomatica, quota che nel frattempo si stima possa essere addirittura raddoppiata, raggiungendo quota 6-7%). In altre parole, bisognerà decidere (e in fretta) se decine di migliaia di persone dovranno o meno essere vaccinate. Qualcosa che, seguendo la tesi del professor Ippolito, implicherebbe una campagna di screening prima di quella vaccinale, dunque test sierologici e tamponi a tappeto, prima di ricevere il vaccino. Una procedura che, vista l’esperienza italiana di questi mesi, andrebbe a complicare ulteriormente la situazione anziché semplificarla poiché si dovrebbe individuare chi escludere dalla vaccinazione.

Come capire se vaccinare o meno i guariti

Prima di tutto, vale la pena valutare cosa accade normalmente con le vaccinazioni per altre infezioni virali acute, come ad esempio il morbillo, per cui è raccomandata la somministrazione anche alle persone che non sono sicure di aver avuto la malattia, visto che la vaccinazione di una persona già immune non comporta rischi supplementari. In tal senso, la vaccinazione contro il coronavirus Sars-Cov-2 in chi è guarito da Covid-19 o ha avuto un’infezione asintomatica non avrebbe particolari controindicazioni, andando molto probabilmente a rafforzare la concentrazione di anticorpi diretti contro la proteina Spike del virus.

Un altro aspetto che emerge dai dati dell’analisi finora diffusi da Pfizer/BionTech è che il vaccino ha “un tasso di efficacia del 95% nei partecipanti che non avevano evidenza di una precedente infezione da Sars-CoV-2 e anche nei partecipanti con e senza precedente infezione da Sars-CoV-2”. Un chiaro riferimento dunque ai guariti, in attesa di conoscere le esatte informazioni relative alla composizione del campione di volontari arruolati, e che in ogni caso indicano che il vaccino ha protetto dalla malattia anche questa popolazione.