I difetti congeniti al cuore possono non essere sufficienti ad aumentare il rischio di forme gravi di Covid-19. Lo suggerisce un nuovo studio su oltre 7mila pazienti del Centro per le Malattie cardiache della Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons di New York, i cui risultati indicano che le cardiopatie congenite non rappresentano un fattore di rischio di malattia grave.

I difetti congeniti al cuore possono non aumentare il rischio di forme gravi di Covid

Nel corso della pandemia, le malattie cardiache sono state associate un più alto rischio di sviluppare forme gravi e potenzialmente letali di Covid-19. I ricercatori hanno però osservato che i difetti congeniti al cuore non hanno aumentato il rischio di gravi sintomi della malattia. “Temevano che la cardiopatia congenita fosse un fattore di rischio come la malattia cardiovascolare nell’adulto – ha affermato Matthew Lewis, assistente professore di medicina della Columbia University e autore principale dello studio – . Siamo stati rassicurati dal basso numero di pazienti cardiopatici congeniti che hanno richiesto il ricovero in ospedale per Covid-19 e dai risultati relativamente buoni di questi pazienti”.

I risultati, pubblicati sul Journal of American Heart Association, indicano che su 53 pazienti cardiopatici congeniti (43 adulti e 10 bambini) meno dello 0,8% ha riportato sintomi di infezione da coronavirus nel periodo compreso tra marzo e giugno, quando si stima che il 20% delle persone dell’area metropolitana di New York abbia contratto il coronavirus. Più dell'80% (43) di questi pazienti presentava sintomi lievi. Dei 9 pazienti che hanno sviluppato sintomi da moderati a gravi, 3 sono morti.

Per quanto piccolo il campione di studio, i ricercatori hanno indicato che la sola cardiopatia congenita possa non essere sufficiente ad aumentare il rischio di gravi sintomi di Covid-19. “Le persone con cardiopatia congenita devono in ogni caso continuare a praticare un rigoroso distanziamento sociale e seguire tutte le linee guida perché sono probabilmente queste misure a contribuire ai risultati dello studio –  avvertono gli studiosi – . Anche l’età media più giovane di questi pazienti (34 anni) e la minore incidenza di fattori di rischio cardiaco acquisiti rispetto ad altri individui che hanno avuto una forma grave di Covid-19 possono spiegare perché un minor numero di cardiopatici congeniti abbia presentato sintomi gravi”.