I padri che interagiscono e giocano con i figli nei primi tre mesi di vita hanno un impatto positivo sul loro sviluppo cognitivo. A darci questa notizia sono i ricercatori dell'Imperial College London, King's College London and Oxford University che, sul giornale Infant Mental Health, hanno pubblicato lo studio intitolato “Father-child interactions at 3 months and 24 months: contributions to children's cognitive development at 24 months”.

Lo studio. I ricercatori hanno osservato un gruppo di 128 papà interagire con i figli di tre mesi dei quali, all'età di due anni, è stato poi misurato lo sviluppo cognitivo. Dai dati raccolti è emerso che i padri che prestavano più attenzione alle attività svolte con i piccoli permettevano a questi ultimi di performare meglio nei test cognitivi ai quali sono stati sottoposti due anni dopo. “Anche se tre mesi di età possono sembrare pochi – spiega il ricercatore Paul Ramchandani – l'interazione padre-figlio può influenzare positivamente lo sviluppo già a due anni e, probabilmente, anche dopo”.

I criteri. Per giungere alle loro conclusioni, i ricercatori hanno sottoposto i bambini ad alcuni test in presenza dei genitori e ne hanno valutato lo sviluppo mentale secondo i criteri della Scala Bayley pensata proprio per i soggetti tra 1 e 42 mesi. I risultati hanno dimostrato non solo gli effetti positivi dei papà sul cervello dei figli, ma hanno anche sfatato il mito per cui ad avere bisogno di una relazione con il padre siano più i maschi che le femmine.

E non è tutto. Le interazioni più efficaci, spiegano gli scienziati, sono state quelle in cui i papà si relazionavano con un atteggiamento calmo e meno ansioso permettendo ai più piccoli di sviluppare maggiori capacità di problem solving e di prestare attenzione, miglior linguaggio e migliori competenze sociali.

[Foto copertina di Olichel]