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in foto: Credit: NIAID

Le infusioni regolari di un anticorpo che blocca il sito di legame dell’HIV sulle cellule immunitarie umane possono bloccare i livelli di HIV per un massimo di quattro mesi nelle persone sottoposte ad una pausa a breve termine della loro terapia antiretrovirale (ART). Questo è quanto sono riusciti a fare gli scienziati che ci spiegano nel dettaglio i risultati e il significato della loro scoperta.

Lo studio. Gli scienziati hanno analizzato la reazione di 29 volontari con HIV sottoposti terapia antiretrovirale ai quali è stata somministrata una prima infusione di un anticorpo chiamato UB-421 che blocca il sito di legame dell’HIV sulle cellule immunitarie umane. Successivamente hanno somministrato l’anticorpo UB-421 a 14 partecipati per otto settimane, a cadenza settimanale, mentre i restanti 15 hanno ricevuto ulteriori dosi più alte di infusione dello stesso anticorpo per otto settimane, anche in questo caso a cadenza settimanale.

I risultati. Al termine delle otto o sedici settimane, a seconda dei casi, tutti i partecipanti hanno ricominciato ad assumere la loro precedente terapia antiretrovirale e per le successive otto settimane sono stati sottoposti a visite e test di controllo. A parte per un solo partecipante che ha mostrato un leggero rash cutaneo, per gli altri 28 l’HIV è rimasto bloccato per tutto il periodo dell’esperimento, quindi quattro mesi nei casi più lunghi.

L’importanza dell’esperimento. Rispetto a precedenti studi che hanno permesso la soppressione dell’HIV per due settimane, al termine delle quali il virus è riuscito a mutare rendendo inefficaci gli anticorpi, in questo caso la resistenza non si è sviluppata perché l’anticorpo UB-421 sembrerebbe essere riuscito a bloccare le proteine umane che l’HIV utilizza per infettare i linfociti T. Per comprendere la reale efficacia dell’anticorpo UB-421 saranno comunque necessari ulteriori studi.

Lo studio, intitolato “Effect of Anti-CD4 Antibody UB-421 on HIV-1 Rebound after Treatment Interruption”, è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine.