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5 Gennaio 2021
19:03

È possibile ammalarsi due volte di Covid? Cosa sappiamo sulle reinfezioni

Ci si può riammalare di Covid dopo essere guariti? E cosa ci dicono i casi di persone nuovamente positive dopo la remissione? Ecco cosa sappiamo sul rischio di una seconda infezione e la gravità della malattia.
A cura di Valeria Aiello
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Con il protrarsi della pandemia di Covid-19, non è raro venire a conoscenza di persone risultate nuovamente positive al coronavirus dopo essere guarite. Dalle prime segnalazioni dei ricercatori sudcoreani nell’aprile scorso e il primo caso accertato in un uomo di Hong Kong risultato positivo prima nel mese di marzo e poi ad agosto, di rientro da un viaggio in Spagna, sono ormai diverse centinaia le sospette reinfezioni registrate in tutto il mondo.

Solo pochissime, però, sono state ufficialmente confermate dal momento che, per poter dimostrare che si tratta di un caso di reinfezione, è necessario che lo stesso paziente risulti nuovamente positivo al coronavirus dopo almeno un mese dalla guarigione ma soprattutto che la reinfezione sia documentata dal confronto della sequenza genetica del virus che ha causato al prima positività con quello che ha provocato la seconda malattia. Un criterio dunque strettissimo, che permette di essere sicuri che i presunti casi siano davvero reinfezioni e non ricadute, ma che di conseguenza rende il numero di reinfezioni geneticamente provate di diversi ordini di grandezza inferiore a quello delle sospette reinfezioni. Nei soli Paesi Bassi, ad esempio, sono almeno cinquanta i casi di questo tipo, in Brasile un centinaio, in Messico e Qatar oltre duecento.

Cifre che, avvertono alcuni esperti, sono destinate ad aumentare, se per Sars-Cov-2 sarà confermato quanto sappiamo sugli altri coronavirus, ovvero che l’immunità può diminuire nell’arco di 9-12 mesi. Le reinfezioni con i quattro coronavirus stagionali che causano il comune raffreddore si verificano infatti dopo una media di 12 mesi, come recentemente dimostrato da un team di ricercatori del Medical Center dell’Università di Amsterdam e riportato anche dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) nel definire, orientativamente, la copertura assicurata dal primo vaccino anti-Covid approvato.

Altri esperti, d’altra parte, sono meno pessimisti. Se da un lato c’è la possibilità che gli anticorpi possano diminuire sostanzialmente nel tempo, in particolare nei soggetti che hanno sviluppato forme lievi di Covid-19, la memoria immunitaria sembra rimanere relativamente stabile per almeno 8 mesi, secondo quanto indicato in un preprint dello scorso 18 dicembre su BiorXiv. Ci sono inoltre più segnali che indicano che le persone che hanno manifestato una forma grave di Covid-19 sviluppano una risposta immunitaria più forte, come osservato anche in seguito alle sindromi respiratorie causate dai coronavirus Sars e Mers, in grado di indurre sia la produzione di elevati livelli di anticorpi che possono durare fino a due anni sia la risposta dei linfociti T che, nel caso di Sars, può essere rilevata anche più a lungo.

La presenza di una difesa immunitaria persistente potrebbe portare a casi di reinfezione principalmente asintomatici, anche se non tutte le reinfezioni osservate fino ad oggi sono si sono dimostrate più lievi. In tal senso, è eloquente il caso di una dottoressa di 36 anni di Rio de Janeiro che, tre mesi dopo la prima infezione e aver manifestato una forma lieve di Covid-19, è stata nuovamente contagiata, sviluppando una polmonite interstiziale tipica della Covid-19. Secondo la dottoressa, che si è fortunatamente ripresa, il secondo episodio potrebbe essere stato peggiore del primo perché probabilmente causato da una variante del virus più virulenta. Una tesi che non ha però trovato il supporto scientifico di mutazioni in grado di indurre un cambiamento nella gravità della malattia. Alcuni scienziati ritengono si sia verificato un altro scenario, ovvero quello di una malattia lieve seguita da secondo contagio, in cui la risposta immunitaria difettosa alla prima infezione ha esacerbato la seconda.

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