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Era il 23 marzo 1989 il giorno in cui la nostra civiltà sembrò essere sul punto di cambiare per sempre. All’Università di Salt Lake City, nello Utah, il chimico britannico Martin Fleischmann e il suo collega americano Stanley Pons annunciarono in una clamorosa conferenza stampa di aver trovato il modo di realizzare la fusione fredda, cioè la possibilità di replicare artificialmente il processo che tiene accese le stelle, facendo tuttavia a meno delle enormi temperature e pressioni che si ritrovano nei nuclei stellari. Dunque niente enormi e costosissime macchine per replicare la fusione “calda”, ma un semplice dispositivo capace di garantire all’umanità la fonte di energia più potente e inesauribile dell’universo. La scoperta, pubblicata poi sul Journal of Electroanalystical Chemistry, non convinse gli scienziati, e non ottenne ulteriori conferme. Fleischmann abbandonò il progetto nel 1997, convintosi dell’errore. È morto venerdì 3 agosto nella sua abitazione a Tisbury, in Inghilterra, all’età di 85 anni, consumato dal Parkinson.

La tormentata storia della fusione fredda

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La storia di Martin Fleischmann è una storia che ha interessato e affascinato tantissime persone in tutto il mondo. È la classica storia dello scienziato che, da solo o in compagnia di pochi colleghi, senza clamore e senza finanziamenti, scopre qualcosa di straordinario a cui però nessun ricercatore “ortodosso” sembra credere. Più correttamente, quello di Fleischmann resta uno dei casi più interessanti di “granchi” presi dagli scienziati, che riuscì a ottenere un’enorme eco grazie al fatto che la ricerca della fusione fredda sia stata paragonata da qualcuno alla ricerca della pietra filosofale da parte degli alchimisti medioevali: una leggenda, un mito pseudoscientifico a cui molte persone hanno voluto prestar fede. Non una truffa, beninteso. Ma un semplice errore di metodo. Quel giorno a Salt Lake City, Fleischmann e Pons affermarono che un semplice composto chimico – acqua pesante, costituita da deuterio (isotopo dell’idrogeno), con un filo di platino e uno di palladio – era in grado di generare reazioni di fusione nucleare tali da produrre una quantità di energia superiore a quella immessa. Questo fatto fu confermato, ma non fu possibile replicarlo.

I due scienziati non riuscirono a elaborare una teoria capace di spiegare perché il loro esperimento funzionasse. L’avevano scoperto, dissero, e sembrava funzionare. Ma i loro colleghi in tutto il mondo, nel tentare di riprodurre gli stessi risultati, ottennero solo un buco nell’acqua. A oggi, si stima che ci siano state circa 17mila repliche dell’esperimento di Fleischmann e Pons, sempre con risultati contraddittori, deludenti o – nella stragrande maggioranza dei casi – nulli. Ciò non significa che la ricerca della fusione fredda sia stata abbandonata. In alcuni paesi, tra cui soprattutto l’Italia e il Giappone, ci si continua a lavorare. All’ENEA, l’ex ente nazionale per l’energia atomica, l’équipe guidata da Francesco Scaramuzzi ha sostituito al palladio dell’esperimento originale un filo di titanio, ottenendo anche in questo caso un output energetico superiore rispetto all’input, insieme all’emissione di neutroni, possibile “sintomo” di un processo nucleare.

Il caso E-Cat e la lezione di Fleischmann

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Il caso più recente e ancora discusso è quello dell’E-Cat, invenzione dell’ingegnere Andrea Rossi e del fisico Sergio Focardi dell’Università di Bologna. Presentato anch’esso alla stampa prima che alla comunità scientifica, sembra riuscire a generare più energia di quanto ne richieda per funzionare ma ancora nessuno sa come faccia. Molti scienziati dubitano che si tratti di processi nucleari. Andrea Rossi sta lavorando per ottenere i brevetti industriali della sua idea, e per questo ha impedito nuovi esperimenti internazionali sul suo dispositivo. Tra i diversi partner interessati – università americane, cinesi e scandinave – cresce lo scetticismo. In comune, tutti questi casi hanno due cose: la prima è l’idea che si possa ottenere la fusione di due nuclei atomici, capace di liberare enormi quantità di energia, senza bisogno di replicare le condizioni proibitive che regnano nelle stelle, ma attraverso un semplice reticolo di un metallo nobile (palladio o titanio) che costringerebbe due nuclei atomici, quelli del deuterio, a fondersi. La seconda è il fatto che i tentativi realizzati fino a oggi mancano di qualsiasi spiegazione teorica alla base dei fenomeni prodotti, e sono forse più vicini all’alchimia che alla scienza moderna.

Lo stesso Fleischmann abbandonò gli studi sull’argomento nel 1997, dopo aver tenacemente portato avanti le ricerche all’indomani del clamoroso annuncio del 1989. Alcuni anni fa, il chimico inglese aveva ammesso di aver sbagliato a ricorrere agli annunci mediatici piuttosto che alla tradizionale sottomissione dei suoi studi alle riviste scientifiche competenti. Aveva anche riconosciuto che parlare di fusione fredda era stato un errore, perché nessuno a oggi può dimostrare che quel fenomeno ottenuto dai due scienziati (una produzione di energia termica 400 volte superiore a quella immessa) sia dovuto a meccanismi di fusione nucleare. È vero anche che quel risultato possa rientrare all’interno di fenomeni scientifici non ancora noti o compresi. In questo caso, allora, prima di parlare di fusione fredda, bisognerà fare due cose. La prima è capire a livello teorico come funziona il fenomeno, per poterlo replicare con sicurezza e “falsificare”, come vuole il metodo scientifico popperiano. La seconda è quella di dimostrare che tale fenomeno sia riproducibile su scala industriale, e possa davvero risolvere per sempre i problemi energetici dell’umanità. Fino ad allora, la fusione fredda resterà solo la pietra filosofale dell’età contemporanea.