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Mentre cresce l’inquietudine per il programma nucleare dell’Iran (secondo Stati Uniti e Israele, il governo iraniano avrebbe uranio arricchito sufficiente per realizzare quattro bombe atomiche entro un anno), torna a far discutere il programma atomico della Corea del Nord. A inchiodare il regime di Pyongyang sono alcuni scienziati, secondo cui una concentrazione superiore alla media di isotopi radioattivi registrata nella penisola coreana potrebbe essere dovuta a due nuovi test realizzati nel 2010. Un’ipotesi che mette a rischio i negoziati che puntano a una totale de-nuclearizzazione della Corea del Nord.

Strani isotopi in Corea

Kim Jong Un, Jang Song Thaek ,Choe Thae Bok, Kim Ki Nam, Kim Yong Chun

La storia, come tutte quelle che riguardano il paese più chiuso del mondo, oggetto di un recentissimo cambio di potere dopo la morte del leader Kim Jong-Il, sostituito dal figlio Kim Jong-Un, è piuttosto sinistra. Nel maggio 2010, infatti, Pyongyang dichiarò di essere riuscita a ottenere la fusione nucleare, il tipo di reazione atomica che avviene in maniera incontrollata nelle bombe H, quelle all’idrogeno, di gran lunga più potenti delle ordinarie bombe atomiche. Gli esperti di nucleare occidentali non presero in seria considerazione l’avventata dichiarazione, ritenendo che il programma nordcoreano fosse molto lontano da quei livelli. Ma in quegli stessi mesi alcuni scienziati sudcoreani rilevarono una “folata” di xeno radioattivo proveniente dal vicino settentrionale: non riuscendo a trovare un’adeguata spiegazione, i dati vennero inviati all’AIEA – l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, con sede a Vienna – per un esame più preciso. Nel panel di esperti che si riunì in via informale nell’agosto di quell’anno per discutere dei dati sudcoreani c’era anche Lars-Erik De Geer, fisico dell’atmosfera all’Agenzia di ricerca della Difesa svedese, a Stoccolma. Egli stesso rivelò successivamente che quando vennero fatti correlare i dati sudcoreani con quelli registrati dalle stazioni di controllo installate in Russia e in Giappone ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare, “la conclusione di tutti fu: ‘Diavolo, non sappiamo spiegarcelo’”.

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Difatti, anche quelle stazioni automatiche avevano rilevato la presenza di isotopi radioattivi nell’atmosfera. Dopo circa di un anno di approfondimenti, De Geer ha completato il suo studio che sarà pubblicato successivamente pubblicato in primavera sulla rivista Science and Global Security. Secondo quanto appreso in anteprima, nell'articolo si sostiene  che l’anomala presenza di radioisotopi fosse dovuta a ben due test nucleari condotti dalla Corea del Nord nell’aprile e maggio 2010, ciascuna di potenza compresa tra 50 e 200 tonnellate di tritolo. A sorprendere è sicuramente l’intensità dell’esplosione. Non perché sia alta, anzi: la bomba di Hiroshima era intorno ai 15 chilotoni, e la prima bomba sperimentata dalla Corea del Nord del 2006 era appena di 1 chilotone. Considerando che un chilotone equivale a mille tonnellate di tritolo, l’entità delle esplosioni del 2010 sarebbe stata di appena 0,1-0,2 chilotoni. Non certo una vera bomba atomica! La pubblicazione ha sollevato pertanto parecchi dubbi da parte degli esperti di politiche nucleari, che hanno ricordato come nel 2009 il secondo test atomico eseguito dal regime nordcoreano fosse intorno ai 10 chilotoni.

Uranio e fusione nucleare: gli inquietanti scenari nordcoreani

La bassissima capacità delle due presunte esplosioni del 2010 spiegherebbe perché non siano state rilevate dai satelliti né dai sismografi, che avevano invece immediatamente confermato i due test nucleari del 2006 e del 2009 (un’esplosione nucleare sotterranea provoca sismi artificiali di modesta entità ma dagli effetti rilevabili con qualsiasi sismografo a media distanza). Tuttavia, se confermata, la notizia è assai peggiore di quanto si potrebbe immaginare. Gli isotopi radioattivi rilevati nel 2010 erano infatti xeno-133, bario-140 e lantanio-140. Tipologie di isotopi correlati a una reazione nucleare che coinvolge l’uranio. Eppure, fino a oggi il programma nucleare della Corea del Nord – a differenza, per esempio, di quello iraniano – è sempre stato basato sul plutonio come combustibile della reazione a catena. Le rilevazioni confermerebbero i crescenti sospetti che il regime abbia portato avanti in gran segreto un programma parallelo con l’uranio.

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Ma questo è niente. La Corea del Nord – secondo De Geer e gli altri scienziati del panel di Vienna – avrebbe davvero fatto un passo avanti verso la fusione nucleare militare. La bassa intensità delle esplosioni e il tipo di isotopi rilevati farebbero sospettare che a essere stato testato non fu un ordigno vero e proprio, ma un trigger, il “grilletto” della bomba, basato però sul principio della fusione. Oggi infatti le armi nucleari più potenti e avanzate sfruttano la fusione dei due isotopi pesanti dell’idrogeno – deuterio e trizio – per produrre una reazione a catena che libera neutroni, i quali a loro volta innescano una reazione a fissione nella bomba vera e propria. Questo sistema produce esplosioni di intensità su scala molto più grande di quelle finora sperimentate dai nordcoreani. Non tutti confermano gli inquietanti timori di De Geer. La rivista Nature ha intervistato diversi esperti, tutti concordi nel sostenere la necessità di approfondire maggiormente la questione. Lo stesso scienziato ha accolto favorevolmente il dibattito emerso negli ultimi giorni, nella speranza che giungano nuove conferme o smentite. La posta in gioco non è in effetti di quella da far dormire sonni tranquilli.

Le tappe del programma nucleare di Pyongyang

Le origini del programma nucleare nordcoreano risalgono agli inizi degli anni ’70, quando fu presa la decisione di costruire installazioni per la produzione di plutonio a scopi militari. L’obiettivo, fin dall’inizio, era la costruzione di un arsenale nucleare piuttosto che la produzione di energia atomica per usi civili. Gli interessi di Pyongyang verso l’atomica risalgono in realtà almeno al 1964, anno del primo test nucleare della Cina popolare. Kim Il-Sung, “caro leader” della Corea del Nord, chiese più volte a Mao Tse-tung di condividere la tecnologia atomica, ma la richiesta fu sempre respinta; analoghe risposte giunsero dall’Unione sovietica. Per nulla abbattuto, il governo nordcoreano avviò in proprio gli sforzi necessari per dotarsi della bomba, iniziando la costruzione di un reattore nucleare a Yongbyon, a nord della capitale e, dal 1986, uno stabilimento per il riprocessamento del plutonio. I satelliti americani mostrarono in quei mesi una serie di foto dalle quali si evidenziavano, vicino ai siti nucleari, crateri circolari che suggerivano la possibilità che la Corea del Nord volesse realizzare dei primi test nucleari in profondità. Si era in realtà lontani dal raggiungere quell’obiettivo, ma nel 1988 il governo nordcoreano iniziò la realizzazione di un reattore significativamente più grande, annunciato come il primo di due reattori progettati con lo scopo di produrre, ognuno, 50 megawatt di potenza rispetti ai 5 prodotti dal primo. Se il primo reattore poteva fornire abbastanza plutonio per la realizzazione di sei bombe atomiche, i due in costruzione ne potevano produrre abbastanza per 30.

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La pressione internazionale crebbe finché nel 1992 Pyongyang si aprì per la prima volta alle pressanti richieste dell’Agenzia per l’energia atomica consentendo una visita del direttore generale Hans Blix nel paese, al termine del quale furono avviati i primi passi per affidare alla Corea del Nord la tecnologia dei reattori ad acqua leggera, in cambio dell’abbandono dell’arricchimento a fini militari. La morte di Kim Il-Sung nel 1994 non rallentò le trattative internazionali, che sembrarono chiudersi positivamente. Ma il nuovo leader, Kim Jong-Il, non aveva alcuna intenzione di rinunciare al programma atomico, soprattutto ora che cominciavano a vedersi i primi risultati. Nel 2003, infatti, la Corea del Nord si ritirava dal Trattato di non-proliferazione nucleare, chiarendo la propria intenzione di dotarsi della bomba. I successivi sforzi della diplomazia internazionale non impedirono che nel 2006 il governo nordcoreano eseguisse il suo primo test, di portata intorno a 1 chilotone: poca roba, al punto che gli esperti parlarono di un fallimento, ma sufficiente a far entrare prepotentemente il paese nel ristretto “club atomico”. Il 25 maggio 2009 un nuovo test nucleare – l’ultimo di cui si abbia notizia – corregge il tiro: la potenza dell’esplosione è intorno ai 10 chilotoni, quella cioè standard per una bomba atomica della tipologia di Hiroshima. E la storia, purtroppo, non è ancora finita…