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Dove abiteremo quando sulla Terra non ci sarà più spazio

Città galleggianti o costruite sul fondo del mare, metropoli sotterranee e grattacieli in grado di ospitare migliaia di famiglie: così si trasformerà l’urbanistica quando saremo 10 miliardi.
A cura di Roberto Paura
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Lo spazio a nostra disposizione si sta riducendo. Ce ne accorgiamo quasi ogni giorno, quando ci rendiamo conto che la vecchia frase “una volta qui era tutta campagna” non è sempre e solo un luogo comune. L’urbanizzazione ha accelerato negli ultimi cento anni e ormai la maggior parte dell’umanità vive all’interno delle città. Città sempre più sovraffollate, con una densità demografica spesso intollerabile, inquinate, trafficate, sempre meno a misura d’uomo. E ciò che è al di fuori delle città serve al loro sostentamento: perciò, boschi e foreste devono far posto a coltivazioni e allevamenti per sfamare una popolazione che ha raggiunto i 7 miliardi di abitanti e che entro la fine del secolo arriverà a 10 miliardi. Per allora, l’urbanistica potrebbe cambiare completamente, per andare incontro a nuove necessità.

Largo, largo!

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Una cosa è certa: la popolazione all’interno dei contesti urbani non calerà, ma è anzi destinata ad aumentare sempre più. Estendere a dismisura i confini delle nostre metropoli non può essere una soluzione, perché il verde naturale che viene fagocitato dal cemento e dall’asfalto non trova immediata sostituzione nel verde urbano, e perché in tal modo si sottrae spazio alla produzione di generi alimentari. Una prima soluzione, già adottata da oltre un secolo, è quella di sviluppare le città in altezza. Al momento il Burj Khalifa di Dubai detiene il record di altezza (828 metri), ma si tratta di un primato destinato a essere presto superato. I nuovi materiali superresistenti, come i tubi di carbonio o il grafene, potranno permettere la costruzione di edifici alti oltre un chilometro, e anche di più. Ad altezze elevate il vento è più forte, quindi pale eoliche sistemate sul tetto potranno produrre energia sufficiente a coprire i fabbisogni di ciascun grattacielo, in sinergia con i pannelli fotovoltaici. Vere e proprie città, insomma, autonome non soltanto dal punto di vista energetico. In cima o ai piano interrati potranno ospitare enormi centri commerciali dotati di tutto: un modello simile a quello del Marina Bay Sands a Singapore, tre torri di 150 metri di altezza unite da una tettoia che ospita parchi e strutture ricettive con una vista davvero mozzafiato.

Un’altra soluzione sarà quella di scendere in profondità. Era l’idea dello scrittore di fantascienza Isaac Asimov che, in un suo celebre romanzo, Abissi d’acciaio, immaginava che nel lontano futuro l’umanità abbandonasse la superficie terrestre per rifugiarsi in enormi metropoli sotterranee, dimenticando la luce del sole. Non necessariamente a causa di gravi danni ambientali o catastrofi inevitabili, come la caduta di un meteorite. Ma semplicemente per sfruttare i vantaggi che può conferire l’abitabilità del sottosuolo: lì non importa che tempo faccia in superficie, per cui le coltivazioni – rigorosamente in serra o in colture idroponiche – non sono soggette alle condizioni meteo, e soprattutto non ci sono sprechi in termini di riscaldamento. Ad appena due metri di profondità, lontani dalla luce solare, la temperatura resta stabile sui 10°, perciò basta regolare il termostato per far sì che il termometro non vada mai sotto o sopra una temperatura stabilita, per esempio 25°, che secondo alcuni studi è l’ideale in un ambiente privo di umidità.

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Se comunque non volessimo andare ad abitare sottoterra, potremmo perlomeno relegare al di sotto della superficie una delle cose meno piacevoli in assoluto delle nostre metropoli: il traffico. In Cina ci stanno già lavorando: il progetto prevede di scavare a Pechino 26 enormi tunnel all’interno dei quali far scorrere il traffico delle tangenziali e quello all’interno della cerchia più interna della città, da rendere completamente pedonale. In questo modo diventerebbe possibile ripulire l’aria della capitale cinese, il cui cielo somiglia sempre più “al colore di un televisore sintonizzato su un canale morto”, per usare una celebre espressione di un romanzo molto pessimista sul futuro delle nostre metropoli, Neuromante. Nel sottosuolo di Pechino, il governo cinese intende concentrare anche uffici e centri commerciali, come pian piano sta già facendo Tokyo, la cui downtown è tra le più sviluppate al mondo.

In fondo al mar

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Quando tutto andrà male, resterà sempre una superficie davvero enorme da occupare: il mare, che copre i due terzi della Terra. LilyPad è il progetto dell’architetto belga Vincent Callebaut per ospitare su una città “anfibia” ben 50.000 abitanti. Un po’ sopra e un po’ sotto la superficie, LilyPad è una città in grado di resistere all’innalzamento dei livello dei mari e di produrre energia sfruttando la forza mareale, il vento, il sole e non solo. Le pareti dell’isola sono composte da fibre di poliestere e biossido di titanio, capace di reagire ai raggi ultravioletti in modo da assorbire l’inquinamento atmosferico. LilyPad metterebbe in campo tutti gli ultimi ritrovati nel settore della biomimetica, che punta a creare tecnologie simili agli espedienti usati in natura per l’autoregolazione dei sistemi viventi.

E in prospettiva si potrebbe pensare di vivere anche sott’acqua al livello dei fondali marini. Lì, enormi città protette da cupole trasparenti ma costruite con materiali solidissimi, capaci di resistere alla pressione enorme delle masse d’acqua sovrastanti, potrebbero svilupparsi all’occorrenza per centinaia di chilometri, collegando le varie cupole attraverso tunnel all’interno dei quali scorre il traffico cittadino. Forse non potremo allevarci animali, ma niente ci impedirà di avere una ricca dieta a base di pesce e di altri alimenti coltivati con le moderne tecniche che possono fare a meno del terreno in superficie per crescere. Naturalmente, la speranza è che non si debba arrivare a questi livelli, ma che si possa piuttosto in futuro invertire il trend demografico o perlomeno stabilizzarlo. L’Italia sarà tra i pochi paesi che, alla fine del secolo, avrà meno abitanti: ma nelle grandi conurbazioni urbane in Asia e, soprattutto in futuro, in Africa, queste soluzioni potrebbero davvero trasformarsi in realtà.

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