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Da Pathfinder a Curiosity, com’è cambiata l’esplorazione di Marte

Nel 1997 la NASA riapriva l’era dell’esplorazione del Pianeta Rosso con il primo rover, Sojourner. Ora è il turno di Curiosity.
A cura di Roberto Paura
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Quando, nel 1976, la NASA portò a termine una delicatissima missione da record, Viking, sembrò che Marte avesse ben poco da offrire alla fantasia degli scienziati. La sua superficie era stata già fotografata dall’orbita negli anni ’60, con le missioni Mariner, e sulla Terra si era scoperto che non esistevano né omini verdi né canali artificiali, ma solo un arido deserto di polvere rossa. Tuttavia, le Viking furono le prime sonde ad atterrare con successo sulla superficie marziana, con lo scopo primario di verificare se il pianeta avesse mai ospitato forme di vita biologiche. Fu una delusione. I due robot, atterrati in due zone diverse nel luglio e nel settembre del ’76, non individuarono tracce di microrganismi nei campioni di suolo raccolto e sottoposto ad analisi. Parve a tutti che su Marte non ci fosse più nulla da dire. Ci sbagliavamo di grosso.

Pathfinder apre la strada

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Oggi, le analisi delle Viking sono molto contestate. Secondo diversi scienziati, le due sonde avrebbero forse scoperto qualcosa, senza riuscire a riconoscere cosa. Secondo altri, nell’atterraggio i due robot avrebbero distrutto possibili tracce di forme di vita microscopica. Ma si dovette aspettare il 1997 per tornare a dare un’occhiata al Pianeta Rosso. Quell’anno, la NASA inviò le prime due missioni di una nuova epoca di esplorazione di Marte. Dopo il fallimento di Mars Observer, la sonda scomparsa poco prima di entrare in orbita nel 1992, Mars Pathfinder e Mars Global Surveyor si rivelarono dei clamorosi successi. Soprattutto la prima missione, Pathfinder, fu un trionfo, grazie al successo del primo rover marziano, il piccolo Sojourner, non più grande di una stampante per PC, ma capace di muoversi autonomamente sulla superficie grazie alle sei ruote motrici.

Pathfinder confermò quello che i planetologi supponevano ormai da anni, basandosi solo sulle analisi delle vecchie sonde: in qualche epoca, nel passato, Marte aveva ospitato acqua allo stato liquido sulla superficie. Molto probabilmente, l’acqua era la responsabile delle grandi pianure alluvionali del pianeta, così come degli spettacolari canyon che solcano la sua superficie. Mars Global Surveyor, in orbita intorno al pianeta, individua invece solide prove sulla possibilità che esistano piccole quantità di acqua liquida ancora oggi, appena sotto la superficie. Ce n’era abbastanza da ridefinire immediatamente tutte le priorità della NASA, impegnando a fondo il budget nell’esplorazione di Marte. Sojourner interruppe le comunicazioni dopo tre mesi di lavoro (superando di tre volte la sua aspettativa di vita), perciò bisognava subito rilanciare. Purtroppo, negli anni successivi le sonde NASA Mars Climate Orbiter e Mars Polar Lander andarono perdute, e l’agenzia spaziale dovette affrontare il grave imbarazzo prodotto dalla perdita di oggetti costosissimi.

Spirit e Opportunity rilanciano la posta

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Ma nel 2001 la nuova sonda Mars Odissey entrò correttamente in orbita intorno al Pianeta Rosso, spianando la strada a una nuova stagione di esplorazione. Mars Odissey dimostrò quello che avrebbe dovuto fare il Mars Polar Lander, ossia la presenza di significative quantità di ghiaccio d’acqua al Polo Sud, appena sotto la superficie. Alla caccia si aggiungeva intanto anche l’Europa, che tuttavia nel 2003 dovette subire la cocente delusione di veder schiantarsi sul pianeta il Beagle 2, il suo primo lander marziano, dai costi per fortuna piuttosto contenuti (50 milioni di euro, mentre Pathfinder era costata 150 milioni). Ma la sonda che aveva portato il Beagle 2 fin nell’orbita marziana, Mars Express, fu invece un successo straordinario per l’ESA, tanto da godere ancora oggi di ottima salute. Nel corso degli anni, Mars Express ha fatto scoperte sensazionali, come quella della presenza di metano in atmosfera, riconducibile alla presenza di forme di vita biologiche (anche se oggi si preferisce la tesi dell’origine vulcanica), e di vasti laghi di ghiaccio sotto la superficie. Mars Express filmerà inoltre la spettacolare discesa di Curiosity sul Pianeta Rosso nel corso dei 7 lunghi minuti  di atterraggio.

Nel 2003 anche la NASA ha mandato due suoi gioiellini su Marte. Quell’anno, infatti, la Terra e Marte godevano del punto di massima vicinanza da 60.000 anni a questa parte, per cui le agenzie spaziali non si fecero cogliere impreparate. Spirit e Opportunity hanno confermato le tesi della presenza, in epoche remote, di laghi e mari di acqua sulla superficie del Pianeta Rosso, e convinto gli scienziati della necessità di realizzare nuove missioni di ricerca – e i politici della necessità di finanziarle. Atterrati sani e salvi nel 2004, i due rover gemelli, più grandi di tre volte il loro predecessore Sojourner, iniziarono subito l’esplorazione dei loro siti di atterraggio, il cratere Gusev e il Meridiani Planum. Il primo, un antico cratere da impatto, si è rivelato essere un tempo un lago alimentato da un fiume. Il secondo sito, una pianura ricca di ematite (minerale prodotto dalla reazione con l’acqua), doveva essere un tempo un mare di acqua salata. Spirit e Opportunity sono sopravvissuti ben al di là delle più rosee aspettative. Spirit ha continuato a esplorare Marte fino al 2010, quando i contatti sono andati perduti. Opportunity invece è ancora lì, ubbidiente ai nostri comandi: ha scoperto il primo meteorite precipitato su un altro pianeta e analizzato altri crateri dopo Gusev, sbalordendo ogni anno gli scienziati con nuove scoperte sulla straordinaria geologia marziana.

Phoenix frena, ma Curiosity indaga

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Ora, è il momento di fare sul serio e scoprire di più sul passato di Marte. Sappiamo che un tempo ospitava mari e laghi di acqua, e che quest’acqua oggi è presente in abbondanza sotto la sua superficie, in forma ghiacciata. Nel 2008 Phoenix, l’ultimo dei lander della NASA, è atterrato su Marte per cercare tracce di forme di vita microbiche fossilizzate o ancora vive. Alcuni risultati sono stati incoraggianti, ma altri hanno preoccupato gli scienziati. Nell’agosto 2008, alcuni media resero noto che la Casa Bianca era stata informata dalla NASA dell’imminente annuncio di importanti scoperte concernenti la possibilità di vita su Marte. Sembrò essere giunto il gran giorno, ma fu una doccia fredda: Phoenix, fece sapere l’agenzia spaziale americana, aveva trovato tracce di perclorato, una sostanza considerata ostile alla vita.

Ma il pessimismo è durato poco. Successive analisi da parte degli scienziati hanno permesso di appurare che la quantità di sali di perclorato su Marte non è incompatibile con lo sviluppo di forme di vita elementari. Adesso è il turno di Curiosity. Come Sojourner, Spirit e Opportunity, potrà muoversi sulla superficie. Lo farà a velocità maggiori, con una robustezza mai vista prima, grazie alle sue notevoli dimensioni, e meglio di tutti gli altri, grazie agli strumenti che gli permetteranno di analizzare con un dettaglio superiore le rocce sedimentarie del cratere Gale, dove atterrerà lunedì prossimo.

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