Coronavirus
16 Settembre 2021
14:28

Così il coronavirus fa invecchiare precocemente le nostre cellule

Del fenomeno si è occupato un team di ricerca guidato dall’oncologo tedesco Schmitt che ha verificato l’ipotesi secondo cui l’invecchiamento cellulare scatenato dall’infezione ha un effetto decisivo nell’avviare la cascata di eventi che determina la tempesta di citochine osservata nei pazienti colpiti da forme gravi di Covid-19.
A cura di Valeria Aiello
Cellule del tratto respiratorio superiore in stato di senescenza in seguito all’infezione da Sars–Cov–2 / Soyoung Lee, Charité
Cellule del tratto respiratorio superiore in stato di senescenza in seguito all’infezione da Sars–Cov–2 / Soyoung Lee, Charité
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Una nuova importante scoperta sui cambiamenti che avvengono nelle cellule infettate dal coronavirus fa luce sulle cause delle forme più gravi di Covid-19. A giocare un ruolo chiave nell’eccessiva risposta infiammatoria – la cosiddetta “tempesta di citochine” riscontrata nei pazienti con malattia severa – è un meccanismo biologico che determina il passaggio delle cellule a uno stato di senescenza, una sorta di invecchiamento prematuro per cui le cellule smettono di fare quello che hanno sempre fatto, quasi come se avvertissero di dover andare in pensione. Questo processo, che normalmente avviene in risposta a stress e lesioni cellulari, determina una forte risposta infiammatoria che, nei casi più gravi di infezione, culmina nella polmonite tipica di Covid-19.

In altre parole, la cascata di eventi che determina la tempesta di citochine inizia all’interno delle cellule epiteliali del tratto respiratorio superiore infettate da Sars-Cov-2, dove l’ingresso del virus innesca questo stato dormiente prematuro, come mostrato in un nuovo studio pubblicato su Nature dal team di ricerca guidato dall’oncologo Clemens Schmitt dell’ospedale universitario della Charité di Berlino. Una volta senescenti, spiegano gli studiosi, le cellule epiteliali producono ampie quantità di messaggeri pro-infiammatori che, a loro volta, attivano specifiche cellule immunitarie, chiamate macrofagi, che si infiltrano nella mucosa per rimuoverle fisiologicamente.

Tuttavia, a causa della presenza dei fattori pro-infiammatori, anche i macrofagi vengono condotti allo stato senescente, iniziando a rilasciare ulteriori grandi quantità di questi stessi fattori. I macrofagi senescenti possono quindi infiltrarsi nei polmoni, dove innescano la senescenza in altre cellule, comprese quelle che rivestono i piccoli vasi sanguigni dei polmoni. “Le sostanze trombogeniche prodotte in risposta a questo evento provocano la microtrombosi, cioè la formazione di minuscoli coaguli di sangue che ostruiscono i piccoli vasi sanguigni del polmone – evidenziano i ricercatori – . Così, il flusso sanguigno e lo scambio di ossigeno vengono gravemente compromessi”.

Questa scoperta ha portato il team di ricerca a valutare, in modelli animali di infezione, la possibilità di attaccare queste cellule senescenti in modo mirato, attraverso l’impiego di farmaci specifici (i senolitici navitoclax, fisetina, quercetina e dasatinib). Quando utilizzati in criceti e topi, tutte e quattro questi farmaci, alcuni somministrati in monoterapia, altri in combinazione, hanno mostrato vari gradi di efficacia nel normalizzare la cascata dell’iperinfiammazione e nel mitigare il danno polmonare.

Questi risultati sono estremamente incoraggianti – ha affermato il professor Schmitt – . Tuttavia, proprio come altri agenti terapeutici, anche i senolitici possono avere effetti collaterali. Rimangono quindi molte domande a cui rispondere prima di poterle considerare queste molecole come una potenziale trattamento contro il Covid-19. Ad esempio: qual è la dose efficace? A che punto e per quanto tempo dovranno essere somministrate queste sostanze? Quali effetti collaterali sono associati al loro uso? Le persone anziane potrebbero trarre maggiori benefici dai senolitici rispetto ai pazienti più giovani? Dopotutto, l’invecchiamento è associato ad un aumento del numero di cellule pronte ad entrare nella senescenza. Questo deve essere esplorato in ulteriori studi clinici, alcuni dei quali sono già in corso in diverse istituzioni in tutto il mondo”.

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