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15 Febbraio 2021
19:22

Cosa sappiamo della variante inglese in Italia

La diffusione della variante non è omogenea sul territorio nazionale ma più concentrata al Centro-Nord, con ampie differenze tra le diverse Regioni e Province Autonome che vanno dallo 0% a quasi il 60% dei casi di Covid. Lo indicano i dati del monitoraggio dell’ISS che, nel complesso, riportano che il 17,8% dei casi (uno su cinque) è legato al ceppo inizialmente identificato nel Regno Unito e contraddistinto da una maggiore trasmissibilità.
A cura di Valeria Aiello
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Quanto è diffusa la variante inglese del coronavirus Sars-Cov-2 in Italia? E quali sono le conseguenze della sua circolazione? Una prima risposta arriva dalla prima indagine coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che, con il supporto della Fondazione Bruno Kessler e in collaborazione con il Ministero della Salute, le Regioni e le Province Autonome, ha fornito un’istantanea sulla diffusione della variante inglese sul territorio nazionale.

La variante inglese in Italia

Il monitoraggio, che ha preso in esame un campione di prime diagnosi di Covid notificate a livello nazionale tra il 3 e 4 febbraio, ha indicato che la variante inglese è stata sequenziata nell’88% delle Regioni, più concentrata al Centro-Nord con differenze di prevalenza regionale molto diversificate, comprese tra lo 0% e il 59%. Complessivamente, i risultati indicano che il 17,8% dei casi di Covid in Italia (uno su cinque) è legato al ceppo inglese.

La variante, che gli scienziati britannici hanno classificato come “Variant of concern (VOC) 202012/01” ovvero “variante di preoccupazione” identificata lo scorso dicembre nel Sud-Est del Regno Unito, è contraddistinta da una maggiore trasmissibilità rispetto al virus originario “e si sospetta inoltre che si possa associare a una maggiore virulenza” si legge nel rapporto dell’ISS che in Italia rileva “una circolazione sostenuta della variante, così come nel resto d’Europa – in Francia la prevalenza è del 20-25%, in Germania sopra il 20%.

Un dato che in parte non sorprende, poiché la presenza della variante è già stata accertata in Abruzzo, Umbria, Lombardia, Veneto, Puglia e Toscana. Tuttavia, il monitoraggio ha permesso di calcolare quanto sia diffusa nelle aree che hanno partecipato all’indagine, 16 tra Regioni e Province Autonome. “Tre Regioni/Province Autonome – aggiunge il report dell’ISS – non hanno partecipato. Una Regione invierà i dati nei prossimi giorni, mentre un’altra Regione ha le analisi ancora in corso”.

"Potrebbe diventare dominante"

Il monitoraggio, nel dettaglio, ha coinvolto 82 laboratori e un totale di 3.984 casi di infezione da coronavirus Sars-Cov-2, scelti in modo che il campionamento che garantisse una rappresentatività geografica. “Su 3.954 infezioni, 495 sono risultate riconducibili a virus Sars-Cov-2 variante VOC 202012/01”. Quanto alla diversa prevalenza nelle Regioni “sembra suggerire una diversa maturità della sub-epidemia, determinata probabilmente da differenze nella data di introduzione della variante stessa – indica la relazione – . È  presumibile pertanto che tali differenze vadano ad appiattirsi nel corso del tempo

Per stimare la velocità di diffusione, l’ISS ha già annunciato che il monitoraggio verrà ripetuto nei prossimi giorni. “È prevedibile – conclude il rapporto – che nelle prossime settimane diventi la variante dominante nello scenario italiano ed europeo” indicando che nel contesto nazionale “in cui la vaccinazione delle categorie di popolazione più fragile sta procedendo rapidamente ma non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguate”.

L’ipotesi che si discute in queste ore è quella di adottare strategie analoghe a quelle di altri Paesi europei, dunque di rafforzare o innalzare le misure di contrasto per ridurre la diffusione virale e garantire la possibilità di tracciamento dei contatti di tutti i casi, una condizione che in Italia si verifica con un’incidenza settimanale pari o inferiore a 50 nuovi casi per 100mila abitanti. “La vigilanza deve comunque restare alta – avverte l’ISS – per individuare le varianti che potrebbero peggiorare la situazione in termini di trasmissibilità, sintomatologia o sensibilità nei confronti di vaccini e anticorpi”. 

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