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12 Giugno 2021
16:52

Cosa sappiamo della misteriosa sindrome post-Covid che colpisce fino al 30% dei guariti

Chiamata anche long Covid, si manifesta con sintomi persistenti, come affaticamento, mancanza di respiro, dolori muscolari, tachicardia e annebbiamento mentale. Secondo uno studio ancora in corso presso il Walter and Eliza Hall Institue (WEHI) di Melbourne almeno un terzo dei pazienti non si è completamente ripreso a 45 settimane dalla diagnosi di Covid-19.
A cura di Valeria Aiello
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A circa un anno e mezzo dallo scoppio della pandemia di Covid-19, è ormai chiaro che a rendere particolarmente insidiosa e subdola l’infezione da Sars-Cov-2 è la pluralità dei sintomi con cui si manifesta la malattia. Alcune persone non mostrano alcun particolare segno clinico, altre sviluppano forme lievi o moderate e una parte va incontro a forme gravi che richiedono il ricovero in ospedale. Un numero crescente di guariti, d’altra parte, continua ad avere sintomi che persistono nel tempo, una condizione nota come “Long Covid” o sindrome post-Covid che può colpire sia persone che hanno sperimentato forme più severe della malattia sia coloro che hanno superato infezioni lieve o moderate.

Trattandosi di una patologia relativamente nuova, si conosce ancora poco delle caratteristiche e i sintomi che la contraddistinguono, ma a fare luce su quanto emerso finora è un team di ricercatori del Walter and Eliza Hall Institute of Medical Research di Melbourne, in Australia, che sta conducendo uno studio per comprendere la portata del problema.

Cos'è la Long Covid?

Non esiste ancora una definizione universalmente accettata di Long Covid – spiegano gli studiosi in un articolo pubblicato su The Conversation – . Questo termine è usato per descrivere la situazione in cui le persone sperimentano una serie di sintomi persistenti a seguito di Covid-19”. 

I sintomi più comuni sono affaticamento, mancanza di respiro, dolore toracico, palpitazioni cardiache, mal di testa, annebbiamento mentale, dolori muscolari e disturbi del sonno ma la condizione “può anche includere sintomi molto diversi come perdita dell'olfatto e del gusto, aumento della preoccupazione soprattutto in relazione alla propria salute, depressione e incapacità di lavorare e interagire con la società – osservano i ricercatori – . In alcuni dei nostri pazienti, è quasi come se ci fosse un processo che ha interessato ogni parte del loro corpo”.

Quante sono le persone colpite?

È molto difficile determinare la percentuale di persone che contrae l’infezione e finisce per avere sintomi persistenti – puntualizza il team di ricerca . Nel nostro studio ancora in corso, abbiamo riscontrato che il 34% dei partecipanti soffre di Long Covid a 45 settimane dalla diagnosi dell’infezione”.

Anche i dati degli studi condotti nel Regno Unito mostrano che fino a un terzo dei guariti soffre di sintomi che durano per mesi, anche se alcune ricerche indicano percentuali diverse. “Dipende da come i ricercatori hanno reclutato e seguito i partecipanti, ad esempio, se come parte di un follow-up post-dimissione o sondaggi comunitari. Il nostro studio è basato sulla comunità e non è progettato per misurare la prevalenza complessiva della condizione in una popolazione più ampia”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indica che una persona su dieci soffre di problemi di salute persistenti a 12 settimane dall’infezione da coronavirus e che circa un quarto dei guariti mostra sintomi persistenti per almeno 4-5 settimane dal contagio. “È probabile che la percentuale di persone colpite sia diversa da un Paese all’altro – osservano gli studiosi – . Molti medici non sono ancora a conoscenza della long Covid, quindi molti casi potrebbero non essere riconosciuti e aggiunti agli studi”.

Esiste una terapia efficace?

Il trattamento di questa condizione è impegnativo, dato che non esiste un test clinico definitivo per la diagnosi e non esiste ancora una terapia standard – evidenzia il team di studio – . Le persone con sintomi lievi potrebbero non richiedere un particolare trattamento, altre con sintomi più gravi o persistenti potrebbero invece averne più bisogno. Offrendo assistenza clinica supportata da un team coordinato di specialisti, le nostre cliniche multidisciplinari per la Long Covid assicurano che i pazienti ricevano le migliori cure disponibili senza l’onere di molteplici consultazioni indipendenti. Queste includono team specialistici di pneumologi, reumatologi, immunologi, fisioterapisti e, in alcuni casi, psicologi e psichiatri”.

Per la maggior parte delle persone, i risultati raggiunti sono positivi. “Un programma di esercizi graduati si è rivelato spesso utile – precisano gli studiosi – . Dopo nove mesi, la metà dei nostri pazienti è tornata alla normale attività ed è stata dimessa dalla clinica. Tuttavia, c'è un gruppo di pazienti il cui miglioramento è più lento. Spesso sono giovani che in precedenza erano attivi e in salute, ma hanno capacità limitate di lavorare, fare esercizio e socializzare. Il loro ritorno al lavoro e ad altre attività deve essere gestito con attenzione, per evitare di fare troppo e troppo in fretta”.

Cosa causa la long Covid?

Non sappiamo ancora perché questa condizione si instauri in alcune persone mentre altre si riprendono poche settimane dopo l’infezione” osservano i ricercatori, osservando che “se la Long Covid fosse semplicemente collegata a una forma grave della malattia, allora avremo un indizio. Ma non lo è, poiché abbiamo visto persone con forme lievi della malattia finire per avere postumi persistenti, proprio come accaduto alle persone ricoverate in terapia intensiva”.

Ci sono però alcune ipotesi. Tra queste, la tesi indica che possa essere direttamente collegata al sistema immunitario, per cui la vaccinazione potrebbe aiutare a risolvere la condizione, reindirizzando la risposta immunitaria sulla buona strada e attivando direttamente alcune cellule, come i linfociti T (che aiutano a stimolare la produzione di anticorpi ed eliminano le cellule infettate dal virus).

Un’altra teoria suggerisce che nelle persone con Long Covid ci sia un piccolo e persistente “serbatoio virale” che sfugge al rilevamento diagnostico o piccoli frammenti del virus che persistono nell’organismo. Anche in questo caso la vaccinazione potrebbe aiutare il sistema immunitario ad eliminare questa tracce virali. “Anche se non possiamo ancora dire con certezza che un vaccino aiuterà tutti, non ci sono prove che la stimolazione della risposta immunitaria peggiori le cose. Semmai, è probabile che le migliori”.

In conclusione, constatano gli studiosi, “abbiamo ancora bisogno di ulteriori ricerche, che ad oggi sono ancora nelle fasi iniziali. Non esiste ancora una cura, ma possiamo supportare e gestire i sintomi dei malati e incoraggiamo tutti alla vaccinazione appena disponibile”.

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