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Sicuramente i ragazzi della Thomas Kelly High School di Chicago non fanno altro che parlarne. Loro, studenti di una scuola superiore della periferia sud-occidentale della difficile città americana, con una percentuale di studenti provenienti da famiglie indigenti che sfiora il 90% e situata in un contesto caratterizzato dalla violenza delle gang, sono riusciti a fare pubblicare la loro ricerca da una prestigiosa rivista scientifica, la “Behavioral Ecology” edita dalla Oxford University Press. Il titolo apparirà forse un po’ pretenzioso – “I siti di cova scelti dalle madri influenzano positivamente molteplici componenti nel benessere della prole delle lucertole” – per quello che i ragazzi tra loro chiamavano sinteticamente il “Progetto Lucertola”, ma la rigorosità scientifica impone un po’ di formalismo. È soprattutto questa la lezione che hanno appreso gli studenti impegnati in una delle più efficaci dimostrazioni di come si può insegnare bene la scienza e il metodo scientifico fin dalle scuole dell’obbligo.

Osservare le lucertole in classe

La ricerca è partita da un quesito: “La scelta di un nido di cova da parte della femmina influenza la sopravvivenza della sua prole?”. Non è una di quelle domande la cui risposta si può trovare andando a sbirciare nelle ultime pagine del libro di testo. È piuttosto una di quelle domande che quotidianamente si pongono gli scienziati, di qualunque tipo: domande a cui nessuno ha ancora trovato una risposta, e che necessitano di tempo, pazienza e osservazione. Armati di questi indispensabili strumenti, gli studenti hanno raccolto 80 lucertole nella loro aula e hanno iniziato ad osservarne il comportamento. “I miei studenti ed io siamo stati costretti ad improvvisare”, spiega Aaron Reedy, il giovane professore di biologia che ha progettato la ricerca. Niente procedure da seguire pedissequamente tenendo aperto il manuale, niente domande a cui rispondere in un paio d’ore prima di passare all’argomento successivo. Una vera e propria ricerca scientifica, durata oltre quattro mesi, durante i quali l’osservazione diretta ha portato ad acquisire una gran mole di dati.

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I ragazzi si sono sporcati letteralmente le mani, affondate nel terreno delle centinaia di scatole realizzate a mo’ di nidi, raccogliendo le uova e studiando il comportamento delle lucertole. “Anche se l’amore personale per la scienza che ho visto crescere in così tanti miei studenti durante il progetto sarebbe una giustificazione sufficiente per adottare il metodo del learning by doing, i miei studenti di biologia hanno ottenuto voti allo stesso livello o superiori ai loro compagni di altre classi nella nostra scuola”. Non si tratta dunque solo di un modo per far avvicinare i giovani al metodo scientifico, alle sue procedure e alle sue regole, ma anche un ottimo strumento per imparare facendo, learning by doing appunto. Non è un caso che il progetto sia stato sostenuto e finanziato dalla National Science Foundation, l’ente del governo americano preposto alla promozione della ricerca scientifica.

Cosa le lucertole hanno insegnato ai ragazzi

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Alla fine i risultati si sono dimostrati interessanti. I ragazzi hanno scoperto, analizzando i dati raccolti, che le femmine degli anolidi marroni, una specie comune di lucertole, prestano particolare attenzione all’umidità del terreno quando scelgono il sito di nidificazione; questa scelta comporta significative conseguenze per la sopravvivenza della prole durante le prime 12 settimane di vita, poiché i dati dimostrano che nei casi delle scelte migliori del nido la dimensione della prole aumenta del 22% circa rispetto agli altri casi. Con l’aiuto del professor Fred Janzen, docente di ecologia evolutiva all’Iowa State University, e di Dan Warner, professore associato all’Università dell’Alabama, i ragazzi guidati da Aaron Reedy hanno potuto vedere pubblicate le conclusioni del loro studio su un'influente rivista scientifica.

Non si tratta del primo caso. Due anni fa, la rivista Biology Letters edita dalla Royal Society pubblicò un paper che vedeva tra i co-autori 25 studenti di una scuola elementare, insieme a due loro insegnati e al neuroscienziato Beau Lotto, che esaminava il modo in cui le api utilizzavano i colori per orientarsi nella ricerca del cibo. Fu un caso che ottenne grande pubblicità, coinvolgendo una classe di una scuola elementare della campagna inglese in un progetto di ricerca del tutto inedito ma con tutti i crismi della professionalità. E le api da loro studiate ricevettero il nome di “api Blackawton”, dal nome della scuola inglese. Il learning by doing in Italia è ancora una metodologia di insegnamento poco utilizzata, ma resta la migliore possibile per far capire ai giovani cosa vuol dire davvero fare scienza. Per quanto sia utopico sperare che le snobistiche riviste scientifiche nostrane prendano in considerazione un paper proveniente da un gruppo di studenti delle superiori…